Convocazione dell’ambasciatore del Vaticano ad Ankara Antonio Lucibello, parole di “disappunto” e di protesta, fino al richiamo del proprio ambasciatore presso la Santa Sede: lo scenario si ripete da decenni, quando una potenza straniera o una personalità internazionale pronuncia la parola che Ankara assolutamente non vuole sentire, “genocidio”. Per la Mezzaluna in Armenia ci furono violenze e uccisioni – e la cifra di 1,5 milioni di vittime sarebbe “gonfiata” – dovute però alla prima guerra mondiale che fece anche molte vittime turche.

Innumerevoli volte la Turchia ha protestato, denunciato, minacciato, aperto crisi diplomatiche, adottato sanzioni. Uno degli ultimi episodi ha riguardato la Francia, quando tre anni fa Parigi introdusse la norma che punisce chi nega il genocidio degli armeni. Il cambiamento di regime da laico kemalista a islamico “erdoganiano” non ha prodotto inversioni di rotta, nonostante l’anno scorso Recep Tayyip Erdogan – allora premier – avesse espresso le “condoglianze” della Turchia per la prima volta ai “nipoti” delle centinaia di migliaia di armeni sterminati dai “giovani turchi”. Qualcuno allora aveva ipotizzato un possibile riconoscimento del genocidio da parte del “sultano” di Ankara per le celebrazioni del centenario, il prossimo 24 aprile. Ma la direzione a oggi sembra un’altra.

La risposta a Papa Francesco conferma che la Turchia neo-ottomana di Erdogan dopo quella laica-nazionalista di Ataturk non intende uscire dal solco tracciato in un secolo di negazionismo nazionalista e di guerra diplomatica su tutti i fronti contro il riconoscimento del genocidio. Le cruciali elezioni politiche turche del 7 giugno, che Erdogan spera portino all’instaurazione del regime super-presidenziale che vuole, certo non aiutano. I sondaggi indicano una fuga di voti dal suo partito islamico Akp verso i nazionalisti del Mhp. E il presidente turco nel tentativo di tappare la falla si è irrigidito su tutte le grandi questioni nazionali: ha bloccato il processo di pace con i curdi, sfidato la “diaspora armena” a “portare i documenti” sul genocidio, accusandola di cercare di “suscitare odio contro la Turchia”.

Con Erevan, capitale dell’Armenia, è in atto da settimane una guerriglia diplomatica in vista del 24 aprile. Per cercare di distrarre l’attenzione del mondo dalle commemorazioni di Erevan, accusa l’Armenia, Ankara ha anticipato di due giorni le celebrazioni dell’anniversario della battaglia dei Dardanelli del 1915, finora ricordata ogni anno il 25 aprile. Quest’anno la Turchia celebrerà i 100 anni della vittoria sugli Alleati dal 23 al 25 aprile. E proprio il 24 Erdogan ha convocato un “vertice per la pace” a Istanbul – per ora con scarso successo – invitando perfino il presidente armeno Serzh Sargsyan. Che non l’ha presa bene. Sargsyan ha risposto al collega turco denunciando un “tentativo grossolano” di distrarre l’attenzione dalle commemorazioni di Erevan e ricordando che il genocidio armeno “ha aperto la strada all’Olocausto nazista e ai genocidi perpetrati poi in Ruanda, Cambogia, Darfur”. La Turchia – ha precisato – dovrebbe piuttosto avere il coraggio di ammettere il genocidio e liberarsi così di un “pesante fardello”.

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