“L’Italia fino a qualche tempo fa aveva 750 banche: 750 banche sono 750 consigli d’amministrazione e ogni consiglio d’amministrazione avrà un minimo di 5 membri. Anni fa c’era anche una banca che ne aveva 19. Ogni consiglio d’amministrazione costa una certa cifra: tutto questo sistema è molto costoso e questi costi vengono pagati dai clienti delle banche”. A fare i conti è stato il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di un’audizione alla Camera. L’ex numero uno di Bankitalia, poi, ha confermato la linea di Francoforte che è anche quella del governatore di via Nazionale, Ignazio Visco, sulla bad bank per ripulire i crediti deteriorati in pancia agli istituti italiani che sono arrivati a quota 185 miliardi. “Certo, la Bce vede con favore la bad bank in Italia”, ha detto dopo essersi dichiarato a favore di nuove iniziative per ridurre il peso dei crediti. Visco in settimana aveva parlato di misure da parte dello Stato per favorire lo sviluppo di mercato secondario mentre il ministro dell’Economia Padoan dopo l’incontro con l’Abi aveva alluso a una “soluzione leggera” in tempi brevi composta da sole misure sul fronte giudiziario e normativo per ovviare ai limiti della finanza pubblica e ai paletti di Bruxelles sugli aiuti di Stato.

L’ex governatore di Bankitalia, poi, non ha lesinato uno sprone piuttosto energico ai governi, succedutisi in Italia, protagonisti come altri di un aggiustamento di bilancio “poco amico della crescita” perché fatto di “aumento di spesa corrente, che continua ad aumentare anche quest’anno, aumento delle tasse fino ai livelli attuali e tagli agli investimenti pubblici” ai minimi storici, che invece vanno stimolati. Un affondo che rischiava di riaccendere il confronto fra Bce e Tesoro per le critiche del bollettino di marzo alla flessibilità negoziata fra Roma e Bruxelles. Ma Draghi, tramite un portavoce, lasciata l’audizione ha corretto immediatamente il tiro: sull’aumento di spesa “aveva in mente il 2014, dunque i numeri cui si riferiva sono vecchi e già noti”. C’è anche, come ormai da anni, lo sprone alle riforme strutturali “cruciali”, senza le quali la ripresa resta ciclica e una volta esaurita “si torna come prima”. In Italia i governi hanno fatto, ma si può fare di più, è il messaggio da Francoforte: sfruttando l’occasione del Quantitative easing, specie per migliorare il “contesto” in cui operano le imprese fra tempi lunghi della giustizia, procedure fallimentari infinite, competitività e produttività basse. E ancora, formazione dei lavoratori, banche da consolidare sfruttando anche la bad bank.

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