Ieri sera Renzi conduceva Virus (ospiti Nicola Porro, coi capelli in tinta arancio, e Alessandro Sallusti, dal cranio sgombro) e distoglieva ascolti a Santoro che ne ha invocato un riparatore passaggio anche a Servizio Pubblico, che sembrerebbe disdegnare e svantaggiare.
E noi lì a lavorare di zapping per non perderci il Jobs Act, il Rai Act (coming soon), il partite IVA Act, il P.A. Act, per non parlare del Libia Act ; e che nel contempo cercavamo di districarci nella macchina narrativa di “A un passo dal cielo” su Rai Uno. Ne avevamo da tempo segnalato gli ascolti stellari, ma fino a ieri non ci eravamo mai messi di buzzo buono a osservarne più di un nanosecondo, giusto per intravedere Don Matteo vestito da forestale.
Invece ieri sera abbiamo ammirato la sapienza artigianale di chi allestisce le fiction “popolari” (e i nostri cari sanno che usiamo questo espressione senza alcuna altezzosità), che, se appena potessero contare su budget più ricchi (ma per arrivarci serve una profonda scomposizione-ricomposizione della Rai) di sicuro spopolerebbero anche all’estero, come l’artigianato seriale angloamericano. Insomma, servirebbero più soldi, ma non manca il know how.
Un po’ di Benvenuti al Sud, ma rovesciato, con tre meridionali che si ritrovano al Nord in un paesino dall’aria trentino-tirolese (paesaggi acchiappa turisti, come la marina di Montalbano). L’effetto simpatia è assicurato dal gioco di contrasto delle inflessioni dialettali fra gli indigeni e quelli venuti da fuori. Che sono, se non ci siamo confusi fra uno zapping e l’altro, il Commissario, il Camorrista (peraltro muto perché morto stecchito e imbottito di banconote da 500 euro) e il Napoletano nel ruolo del belloccio equivoco che sfila la ragazza sotto il naso del Commissario medesimo (e le ragazze coi bastardi si sa che, pur di non annoiarsi, ci cascano sempre).
I charachter indigeni sono: il brigadiere buffo, coi capelli alla Porro, che richiama (vedi lo schema Planchet-Dartagnan) l’analoga spalla di Montalbano; i villici impegnati nelle passioni locali (ieri preparavano la funaccia, che supponiamo sia il tiro alla fune, e non una sfida agli scacchi); il genius loci e cioè il sunnominato Hill-ex-don-matteo, che stavolta si chiama Pietro e incarna, altro ingrediente collaudato, una riedizione di miss Marple (l’outsider che sbroglia le matasse criminali meglio degli infastiditi addetti ai lavori). Ci manca George Clooney col caffè e tutti i pezzi più forti del repertorio televisivo sono messi in fila. Con la scrittura drammaturgica che si affida, più che al senso e all’intreccio, alla sequenza delle gag. E il tutto funziona, con medie del 24/25% di share. In gran parte donne, purché non di primo pelo e che –ma questo è un sottoprodotto dell’età elevata- non abbiano studiato oltre la licenza elementare. Con larga prevalenza del Centro Sud, alla faccia della ambientazione nell’estremo Nord.
A proposito, Santoro aveva ragione a lamentarsi, perché ieri sera Virus (5,05%) ha scavalcato Servizio Pubblico (4,73%). Aveva ragione Santoro a lamentare la pervicace assenza di Renzi. Ma non possiamo non notare che i due talk show del giovedì sono al momento quelli che messi insieme raccolgono il minor afflusso di pubblico (la somma non arriva al 10%, rispetto alle analoghe coppie del resto della settimana (Del Debbio-Formigli; Floris-Giannini). Tutto, pensiamo, perché Santoro fatica a ritrovare la chiave del racconto epico che costituiva la cifra del suo successo. E oggi, scenografie felliniane a parte, somiglia a qualsiasi altro prodotto del genere chiacchiera. E questo problema non glielo può risolvere Renzi.

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