Roma, 25 set. - (Adnkronos) - "Al termine di una settimana di confronti costruttivi, oggi si è concluso un percorso che ha portato alla sottoscrizione dell’ipotesi di rinnovo dell’Accordo Integrativo Aziendale tra Ferrero e le Segreterie Nazionali di Fai, Flai, Uila, il Coordinamento delle Rappresentanze Sindacali Unitarie e della Rete Commerciale, con la partecipazione delle segreterie regionali e territoriali di Fai, Flai e Uila. Le trattative, avviate nei mesi precedenti, si sono svolte in un clima positivo e di reciproco rispetto dei ruoli, consentendo di raggiungere un’ipotesi di accordo frutto di un dialogo aperto e partecipato. L’intesa verrà sottoposta dalle Organizzazioni Sindacali al vaglio delle lavoratrici e dei lavoratori nell’ambito di apposite assemblee convocate nei diversi siti italiani". Così si legge in una nota della Ferrero.
"L’intesa conferma il consolidato sistema di relazioni industriali, articolato su due livelli di confronto: nazionale, attraverso il Coordinamento delle Rappresentanze Sindacali Unitarie e della Rete Commerciale, e locale, attraverso le Rappresentanze Sindacali Unitarie e le Rappresentanze Sindacali della Rete Commerciale. È stata inoltre confermata la validità degli strumenti contrattuali di flessibilità degli orari di lavoro che, alla luce della positiva esperienza maturata negli anni, continuano a rappresentare un elemento importante per rispondere alle esigenze di un mercato sempre più dinamico e complesso, coniugandole con le esigenze organizzative e delle persone. Le Parti - continua la nota - hanno valutato positivamente l’importante programma di investimenti destinato a sostenere la crescita del business e a confermare il ruolo strategico del polo Italia nello sviluppo di Ferrero. Gli interventi confermano la volontà del Gruppo di continuare a valorizzare il sistema produttivo dei siti italiani quale elemento centrale per la crescita industriale e per il rafforzamento delle attività di Ricerca e Sviluppo, dell’innovazione di prodotto e di processo e delle soluzioni capaci di rispondere all’evoluzione delle esigenze dei consumatori e dei mercati. Il piano si articola lungo direttrici strategiche che comprendono la crescita del business e il rafforzamento della competitività industriale, la trasformazione digitale e la Smart Factory, la sicurezza delle persone, la qualità e la sicurezza alimentare, nonché la sostenibilità ambientale e la decarbonizzazione".
"Sul fronte del welfare, l’Accordo rafforza ulteriormente l’attenzione alle persone attraverso nuove misure nell’ambito del pacchetto 'Persone in Ferrero', che si arricchisce di ulteriori servizi per la promozione del benessere e la conciliazione vita lavoro; per gli stabilimenti aziendali che non dispongono del servizio di ristorazione è prevista l’introduzione dei buoni pasto. Inoltre, - porsegue ancora la nota - l'Azienda intende realizzare un programma strutturato di supporto ai dipendenti caregiver, con l’obiettivo di rafforzare la percezione di vicinanza e sostegno da parte dell’Azienda e fornire a responsabili e colleghi strumenti adeguati a gestire determinate situazioni con sensibilità ed efficacia. Al contempo, viene confermato 'Ferrero Care' quale ecosistema di welfare orientato a offrire risposte concrete ai bisogni delle Persone nonché il programma di assistenza per i dipendenti e i loro familiari (Eap) e gli strumenti di solidarietà tra colleghi, come la Banca Ore Solidale".
"L’Accordo dedica inoltre particolare attenzione all’evoluzione dei modelli organizzativi del lavoro, promuovendo nuovi percorsi di sviluppo delle competenze, in coerenza con i processi di trasformazione tecnologica e digitale in atto. Nello specifico si evidenzia l’introduzione progressiva di un nuovo approccio lavorativo sulle linee produttive che ha l’obiettivo di promuovere il miglioramento continuo in modo strutturato e partecipativo, attraverso il coinvolgimento attivo delle Persone e la valorizzazione delle loro competenze tecniche e organizzative, la standardizzazione delle attività e il consolidamento del lavoro in team".
"La salute e sicurezza si conferma quale priorità aziendale. Tutte le iniziative implementate si fondano sulla consapevolezza che la tutela delle Persone debba essere perseguita attraverso il coinvolgimento attivo di tutti gli attori aziendali e attraverso l’adozione di principi, pratiche e comportamenti che sono oggi parte integrante delle modalità operative quotidiane. Negli anni infatti l’Azienda - si legge ancora nella nota - ha promosso e sviluppato un percorso articolato di iniziative finalizzate a consolidare una cultura della sicurezza partecipata, consapevole e radicata nei comportamenti quotidiani delle Persone. In tale ambito si continueranno a realizzare campagne innovative di comunicazione, anche a carattere emozionale, volte a rafforzare il legame tra sicurezza e valori della vita di tutti i giorni, ricordando che lavorare in modo sicuro significa tutelare sé stessi e gli altri, il proprio futuro e la possibilità di coltivare i propri affetti, interessi e progetti personali".
"Infine si evidenzia il percorso volto a rafforzare la cultura della salute e sicurezza e la consapevolezza diffusa, anche attraverso strumenti di rilevazione della percezione dello stato di sicurezza dell’ambiente di lavoro e con il coinvolgimento dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, dei lavoratori e delle strutture aziendali. Con riferimento al Premio Legato ad Obiettivi (Plo), l’intesa prevede, a fronte del raggiungimento del 100% degli obiettivi, il riconoscimento dei seguenti importi: esercizio 2026/2027: 2.730 euro; esercizio 2027/2028: 2.730 euro, esercizio 2028/2029: 2.890 euro; esercizio 2029/2030: 3.100 euro. La scadenza dell’Accordo, la cui durata è prevista in 4 anni, è fissata a giugno 2030", conclude la nota.
Nel salotto di casa nostra possono accadere ogni giorno mille situazioni diverse. Situazioni che, per convenzione, chiamiamo “domestiche” e ci conducono a pensare a piccoli e grandi fatti quotidiani, che parlano di famiglia, d’affetto, di liti da niente, al limite di solitudine davanti alla tv. Il salotto della maggior parte delle case degli italiani, verso l’una, sa di odore di pranzo e sottofondo di telegiornale. Il 22 febbraio 1980, nel salotto di casa sua in Via Monte Bianco 114 a Roma, all’ora di pranzo il 19enne Valerio Verbano veniva ucciso a colpi di pistola col silenziatore, davanti agli occhi della madre e del padre, legati e immobilizzati. I tre giovani ragazzi che lo uccisero non sono stati mai trovati e non si sono mai consegnati. Esistono sospetti, vox populi, certo, ma giustizia non è stata mai fatta. L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei tanti fatti di sangue degli Anni di Piombo rimasti impuniti. Una stanza buia che contribuisce alla mancanza, in Italia, di un percorso di riconciliazione nazionale simile a quello prodotto in Sud Africa, dove si è stabilito per i responsabili dei crimini dell’apartheid, per lo meno, di barattare la verità per l’impunità.
Sono molti i meriti di questo libro di Carla Verbano. Anzitutto la delicatezza del tono, scelta consapevole e generosa dell’autrice. Non credo, infatti, esista nulla di peggio che perdere un figlio perché qualcuno lo uccide di proposito, e davanti ai tuoi occhi, mentre tu non puoi reagire in nessun modo.
Nel momento in cui Carla decide di raccontare cosa accadde quel febbraio e di ricostruire il contesto della Roma dei primi anni Ottanta, sarebbe stato comprensibile incanalarsi in un tono di rancore, di tragedia, di desiderio di vendetta. L’autrice, invece, sceglie binari che lei chiama “marziani”: quelli della quotidianità, del dolore vissuto, accettato ed esposto come fosse un orologio al polso: dopo un po’ non ti accorgi più che c’è, eppure è lì e non lo togli nemmeno per andare a dormire. Accettazione, ma non rassegnazione: quella no, non c’è in queste pagine che si rivolgono in più punti al lettore con tono di confidenza intima per parlare in realtà agli assassini del figlio: “Via Monte Bianco 114, quarto piano, uscendo dall’ascensore a sinistra. Ma tanto la strada la conoscono. Qualcuno verrà, forse uno solo di quei tre, ma so che verrà. Sensazioni, certo. Gli devo dire una cosa, quando sarà.” (193).
Carla Verbano si fa aiutare nella parte di indagine e di riflessione dalla penna di un bravo giornalista del Corsera, Alessandro Capponi, apprezzato anche come narratore. Carla e Alessandro presentano una serie di interrogativi cui la politica, lo Stato, la magistratura non hanno saputo offrire alcuna risposta. Chiedono conto della fine che ha fatto il famoso “Dossier Verbano”, uno spesso quaderno Pigna corredato di un corposo servizio fotografico in cui Valerio aveva raccolto informazioni, nomi, facce, numeri di telefono e supposizioni personali sul panorama neofascista romano. Un quaderno che la famiglia Verbano ha chiesto ufficialmente di riavere una volta chiuse le infruttuose indagini, ma che gli è stato negato. La mamma di Valerio pensa che quel dossier sia uno dei possibili motivi dell’uccisione del figlio. Ma Carla e Alessandro raccontano anzitutto per chi di quegli anni non sa niente o abbastanza. In questo senso, il capitolo “Andiamo a passeggiare” dovrebbe essere letto nelle scuole, o per lo meno nelle scuole del quadrante Trieste-Parioli-Salario-Monte Sacro, le cui strade sono oggi punteggiate di lapidi di marmo che ricordano le decine di militanti, magistrati, poliziotti, professori uccisi sul selciato per seguire un’ideologia o un piano folle di rivoluzione.
Carla Verbano ha scritto questo bellissimo memoriale all’età di 86 anni, a trent’anni dalla morte di Valerio. Ed è poi morta, due anni dopo, senza avere la soddisfazione di poter incontrare una seconda volta l’assassino del figlio. Non ha mai potuto dirgli quella cosa a cui teneva. Non ha mai potuto chiedergli “Perché Valerio”. E allora queste pagine assumono un tono lirico, proprio per la loro completa, assoluta mancanza di retorica. Diventano una forma di poesia contemporanea, ricca di dignità e di intelligenza. Carla, con fare perfino ammiccante e genuino, racconta chi era quello scapestrato di Valerio: i suoi guai con la giustizia a 16 anni, le sue corse in Vespa, le botte al liceo Archimede, e tratteggia una Roma in cui era possibile morire per gli abiti che si indossavano o la musica che si ascoltava.
Nel panorama dei memoriali scritti da familiari delle vittime del terrorismo, tutti da leggere e da rispettare a prescindere dal colore politico di chi racconta, questo è uno dei testi più dolci e struggenti che si possano fare propri.