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Quirinale, un nome sulla scheda bianca

Quirinale, un nome sulla scheda bianca
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È una prepotenza politica la scheda bianca che Matteo Renzi vuole imporre ai 446 grandi elettori del Pd nei primi tre scrutini per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Che poi Berlusconi abbia ordinato ai 142 di Forza Italia di fare lo stesso conferma una volta di più come il Patto del Nazareno abbia una regìa unica che se ne sbatte allegramente dell’articolo 67 della Costituzione, quello secondo il quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Il che significa che ciascun parlamentare può agire liberamente e ciò a tutela della sua indipendenza da qualsiasi potere, perfino quello di Renzi. È una prerogativa che lo statista di Rignano non ha fatto ancora in tempo ad abolire e dunque oggi e domani, in forza del benedetto voto segreto, i deputati e i senatori che nazareni non sono potranno esercitare un loro preciso diritto: hanno, cioè, la possibilità concreta di scardinare l’imbroglio ordito alle loro spalle.

La girandola frenetica di colloqui e di nomi da parte del premier e del pregiudicato non inganni: più che la ricerca di un candidato eleggibile somiglia infatti a una studiata perdita di tempo, al facite ammuina di borbonica memoria, che getta un’esca ai vari Bersani che si sentono in corsa. E in attesa che il quorum scenda a quota 505, cosicché la premiata ditta R&B possa piazzare sul Colle un re travicello di proprio gradimento. Sarebbero sufficienti un centinaio di schede con il nome Romano Prodi nel primo scrutinio a inceppare l’operazione. Che se poi nei due successivi voti questo pacchetto ribelle crescesse, magari con l’arrivo dei 130 Cinquestelle, allora sarebbe molto ma molto difficile per Renzi spiegare agli elettori Pd perché Prodi non s’ha da fare. Se non vogliono sottomettersi a un accordo che finirà per stritolarle, alla minoranza pd e a quella forzista non resta molta scelta. La partita è complicata, ma perderla senza neppure averla giocata sarebbe imperdonabile.

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2015

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