Il Pacioccone Mannaro Renzi:  “Berlusconi game over”; “Letta stai sereno”; “Non farei mai il Premier senza prima passare dalle elezioni”; “Entro febbraio riforma elettorale e costituzionale; entro marzo riforma del Lavoro; entro aprile riforma della Pa; entro maggio riforma del Fisco; entro giugno riforma della Giustizia”. Eccetera.

Karina Huff Boschi, col fiatone e la tensione, all’acme (va be’) del suo intervento in Senato, esibendo una perentorietà che ne tradiva in realtà la puntuale insicurezza arrogante: «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”».

Tre considerazioni.

1) Prendere Fanfani come esempio di rinnovamento, è come prendere Paletta come esempio di nuovo Baresi. Sono aretino anch’io e, in tutta onestà, i “riferimenti per tante donne e uomini della mia terra” sarebbero altri. Fanfani, certo preparato e comunque Kierkegaard rispetto ai renziani, era definito “Rieccolo” da Montanelli. Come ha scritto Jacopo Iacoboni su La Stampa: “Fanfani, una volta preso il potere, altro che rottamatore: stette in Parlamento una vita, impossibile da schiodare si presentò come rinnovatore e, una volta eletto, in Parlamento piantò le tende”. Più che una citazione per (non) uscire dall’impasse, quello di Karina Huff pare un lapsus freudiano. Come a dire: i nostri groupies, come Oscar Farinetti, paragonano Matteo a Mandela o giù di lì, ma bene che vada saremo tanti piccoli democristiani 2.0.

2) Fanfani, una volta, teorizzò: “Se uno è bischero, è bischero anche a vent’anni”. Lo disse per smontare il mito dei giovani al potere, ma riletta oggi sembra una sintesi sublime del renzismo.

3) Karina Huff, di Fanfani, ha preso la citazione meno spendibile. Sia perché Fanfani era un bugiardo politico sontuoso, come del resto la Dc, sia perché se a Renzi toglie le bugie non resta niente. Al massimo qualche supercazzola.

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