Oggi vorrei stigmatizzare certi pregiudizi alimentati da servizi televisivi discutibili e aggressivi che sfruttano l’imbarazzo dell’interlocutore non avvezzo alle telecamere per disinnescargli sul nascere spiegazioni e giustificazioni. Già, perché a volte non basta avere la coscienza pulita per essere abili affabulatori. È un tipo di televisione che ricorda quella pubblicità coi tipi a cui piace vincere facile.

Ce l’ho col servizio de “Le Iene” intitolato “Come funziona il business dei bambini” trasmesso il 21 maggio. Criticare “Le Iene” è impopolare: godono fama d’integerrimi fustigatori d’imbroglioni e malandrini che non guardano in faccia a nessuno e probabilmente è così. Però ricorrono spesso a quella bassezza del mettere a disagio e utilizzano sovente fattori scandalistici e a effetto per aggiudicarsi il tifo degli spettatori.

Io chiedo: ma sapete qual è il percorso che porta un minore in comunità? Pensate che si tratti così spesso di abusi di potere da parte di assistenti sociali e giudici in malafede? E siete certi che sia poi ‘sto gran business?

Nel dubbio, prima di dare cifre e giudizi alla carlona, fate un giro nelle nostre comunità. Se maneggiate le cifre, allora provate a leggerle, altrimenti sono solo numeri da enfatizzare. Se per voi una retta tra i 70 e i 90 euro giornalieri è un magna-magna, il giro nelle comunità fatelo lungo, così vedrete bollette da pagare, cibo, vestiti e libri da comprare, il dentista da onorare. C’è tutto ciò che occorre alla gestione dignitosa di una casa e a far sentire un minore a proprio agio. Ci sono operatori da stipendiare (e sai che stipendi!), automezzi da mantenere e corsi e sport e vacanze estive. Un gelatino, se non è troppo. Ci sono le strutture indispensabili per il buon funzionamento delle comunità, perché quel che ci viene chiesto è un servizio efficace e decoroso. Esistono standard da rispettare e organismi di vigilanza che li esigono e garantiscono. Insomma, le comunità non sono espedienti per spillare denaro pubblico.

Conosciamo bene le situazioni dei ragazzi che accogliamo così come i nostri sforzi per farci carico efficacemente della loro situazione. Ogni anno la cooperativa che io coordino ospita un quarantina di minori in cinque comunità e le rette son quelle. Nessuno di noi si arricchisce. Rispondiamo solo a un bisogno sociale concreto e forniamo servizi economicamente sostenibili, quindi ci tocca pensare anche a quel lato lì, il che non fa però di noi dei faccendieri. Che poi, ben venga il giorno in cui le comunità non serviranno più! Noi per primi spingiamo per soluzioni alternative ad esempio ci piace l’affido, che troviamo ideale per tanti minori e che ai Comuni costerebbe assai meno.

I nostri bilanci sono pubblici e basta scorrerli per intuire che senza donazioni da privati e supporto di volontari non potremmo garantire servizi di qualità senza andare in rosso. Sì, ci tocca maneggiare denaro e ne faremmo a meno, senza dubbio. Così come non c’è dubbio che ci muoviamo in ambiti di forte emotività individuale e collettiva. Le immagini di bambini allontanati dalle madri, spesso usate in modo strumentale per canalizzare un istintivo sdegno, hanno comunque del vero. Trovatelo, un bambino entusiasta di entrare in comunità, pur provenendo da una situazione molto critica! Diverso però è dipingerci come macchine da soldi che ci lucrano sopra. E intendiamoci: non dico mica che le comunità funzionino tutte in modo impeccabile e che non ci siano situazioni al di sopra di ogni sospetto.

Possiamo avere umana comprensione per quei genitori che si rivolgono ai media per denunciare supposti torti subiti, offrendo punti di vista emotivi ma parziali. Sappiamo che errori di giudizio possono essere commessi da chi è tenuto a giudicare. Però esistono la responsabilità della tutela e il dovere istituzionale d’intervenire di fronte a maltrattamenti e abusi. Sono provvedimenti che hanno spesso un che di drastico e brusco, ma sono doverosi e responsabili.E comunque, da noi non caverete mai una parola di puntualizzazione sulla situazione specifica di un nostro ragazzo.

Le comunità sono una risorsa, non una iattura. Quindi ripeto: venite a vederle; entrate senza urlare; armatevi di pazienza e domandate, osservate, sforzatevi di cogliere cosa c’è dietro e oltre. Eviterete di fabbricare fuorvianti stereotipi.

Chiudendo, esprimo la mia personale solidarietà alla Cooperativa Sociale di Trento (e alla vice-direttrice e giudice onorario del Tribunale per i Minorenni, ingiustamente attaccata) e lo faccio rilanciando il comunicato stampa del Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza diffuso il 22 maggio.

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