“Quando si parla di integrazione a noi ci scappa da ridere. Tutti si riempiono la bocca di parolone ma a noi la Torre di Babele ci fa un baffo”. E’ questa una delle decine di dichiarazioni raccolte nel quartiere Lagaccio di Genova da Enrico Fravega, project manager ed esperto del mercato del lavoro, che ha curato per il Centro Studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo la ricerca Il Lagaccio: l’inclusione ruvida. Concordia convivenza e conflitto nei quartieri di immigrazione. L’osservazione e l’analisi di un quartiere popolare costruito alle spalle della principale stazione ferroviaria genovese fornisce elementi e spunti sulle dinamiche di convivenza, immigrazione e integrazione che possono tranquillamente riguardare o quantomeno sfiorare innumerevoli altre periferie italiane. Se leggendo vi vengono in mente situazioni analoghe e affinità significative con il vostro territorio o la vostra città, condividetelo nei commenti al post.

Il Lagaccio è stato pensato a fasi successive – a partire da fine ‘800 – come un contenitore di forza lavoro operaia e portuale; non si è progettato un “abitare” qualitativo, c’era esigenza di stipare masse di popolazione. Il colpo letale è arrivato nel dopoguerra con la speculazione edilizia, che ha letteralmente accartocciato sui fianchi della strettissima valle file e file di palazzoni. Quasi non ci sono strade di accesso carrozzabili, e anche la pedonalità è “verticale” tra scalette e mattonate, mentre si affacciano contemporaneamente migliaia di sguardi e di finestre, di una popolazione inizialmente a forte immigrazione meridionale e a partire dal 2000 di immigrazione del Sud del mondo. Eppure una certa omogeneità di ceto e occupazioni lavorative rende tutt’oggi la distanza sociale non così marcata, non così percepita come ad esempio nel centro storico dove tra chi abita al pian terreno e chi abita l’attico c’è un abisso. Il Lagaccio si riscontra un quartiere ancora denso di luoghi di aggregazione: società operaia, circolo anziani, circolo calcistico… Dimostra in fondo molti caratteri di un paese, perché non è attraversato da flussi esterni, non presenta attrazioni, non c’è motivo per andare al Lagaccio se non perché si sbaglia strada. Questo isolamento crea di fatto una comunità, dove ci si riconosce per strada, nei negozi, nei palazzi.

Quali reazioni provoca l’alto tasso di cittadini immigrati da varie provenienze? Espressioni di intolleranza, certo, ma non ideologizzate: il conflitto avviene per screzi quotidiani, fastidi procurati, ed è “agito” direttamente, faccia a faccia, è affrontato. Non si accumula un odio, un rancore verso lo straniero in quanto tale. Anche in occasione delle due maggiori “punte” di conflitto – riconducibili prima alla proposta di insediare un campo nomadi nelle vicinanze del quartiere e di recente all’intenzione del Comune di permettere qui la costruzione della prima moschea della città – sono sorte fazioni opposte ma più sull’onda di retoriche nazionali che per slancio ideologico locale. E anche in questo caso entrambi gli schieramenti (pro o contro) si sono rivelati occasione di aggregazione per la cittadinanza in forme civiche di vario tipo.

Il Lagaccio è una delle molte periferie interne a un centro urbano, veri luoghi dove si gioca continuamente la trasmissione e la trasformazione del senso di cittadinanza, sia inclusivo o esclusivo. Non resta un concetto astratto o accademico, qui vive ed è vitale nei conflitti e nelle persone in relazione. Sono queste le situazioni di vita che perlopiù sfuggono alle istituzioni, che emergono molto poco nel dibattito pubblico. Sforzarsi di entrare in questi mondi e di elaborarne una lettura non è puro esercizio intellettuale, ma un contributo importante per arrivare a politiche amministrative urbane adeguate ed incisive. Qual è – ci chiediamo – la situazione di quartieri a forte immigrazione in altre grandi città e metropoli italiane? Quali le novità e gli aspetti di osservazione più interessanti, accantonate le solite sterili logiche “pro o contro gli stranieri”? In cosa si manifesta la trascuratezza di una politica che troppo spesso guarda solo al “centro”, e quali invece le buone pratiche esistenti?

Di buone pratiche per l’integrazione – in questo caso attraverso arte e cultura – si parlerà lunedì 17 marzo alle ore 17 presso la Sala del Camino di Palazzo Ducale (Genova). L’Associazione SUQ promuove un incontro pubblico in vista del 16° Festival (13-24 giugno, Porto Antico di Genova) per presentare le occasioni formative e artistiche dei prossimi mesi a favore delle scuole e della cittadinanza. Vi aspettiamo per ascoltare le vostre idee e proposte (che potete anche inviare a festival@suqgenova.it entro il 4 aprile) e per continuare a sviluppare un dialogo sui temi dell’intercultura e le buone pratiche da mettere a frutto.

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