Il dibattito sulle cause della crisi in Europa, e sulle responsabilità dell’euro, disturba talvolta chi crede di non esserne interessato. In realtà nessuno può oggi dire di non esserne interessato, dato che è in atto una trasformazione epocale sia del sistema produttivo che di quello economico-finanziario che di quello geopolitico. Trasformazione che avviene in modo quasi del tutto incontrollato.

L’euro (che pure, costruito in questo modo, ha le sue grosse colpe) è responsabile solo di una parte del disastro economico che si è creato in Europa. È vero che, fatto in questo modo, non consente alle singole nazioni di difendersi adeguatamente dagli attacchi della speculazione, ma è come dire che abbiamo un estintore che non funziona. Il problema vero, quello che è all’origine dell’incendio è la trasformazione epocale. Il piccolo estintore non basterà mai comunque a spegnere un incendio di quella entità e quelle dimensioni.

Dicono che bisogna abbassare il costo del lavoro per rendere la nostra produttività più competitiva. Sì, certo, ma sono pannicelli caldi, non la soluzione al problema.

Sperare che l’Italia (e l’Europa) possa fermare le delocalizzazioni semplicemente alzando la produttività delle aziende (ovvero abbassando il costo del lavoro) è pura illusione. Serve al massimo a dare un po’ di fiato a qualche impresa (e a tirare il collo ai lavoratori), ma anche a dare ulteriore tempo alle imprese asiatiche (e sud-americane e africane) di crescere e consolidarsi (come descrivo più dettagliatamente nel mio post sulla Electrolux).

Se non si fermano le delocalizzazioni, la povertà dilagante è assicurata.

Non serve prendersela con gli imprenditori. Loro si comportano in gran parte in modo egoistico e asociale, me è nella natura dell’impresa, specialmente in un mercato capitalistico e globalizzato. Se la concorrenza sul prezzo del prodotto continua a crescere, e c’è un margine ampio perché possa continuare così ancora a lungo, l’impresa potrà resistere un po’ ma poi sarà costretta a delocalizzare o fallire.

E poi c’è la globalizzazione finanziaria, che sta già gonfiando una bolla persino più grande di quella scoppiata nel 2008. Ma di quella ne parleremo un’altra volta.

E i nostri politici cosa fanno? Sostanzialmente: chiacchiere!

Le soluzioni ci sono, ma ci vuole al timone gente seria e preparata a competere ad altissimo livello (ai tavoli del G8 e simili, non nei salotti della democrazia telegestita).

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