La notizia è ormai nota: a seguito della mancata conversione in Legge del c.d. Decreto Salva Roma, sabato 1 marzo, ovvero tra meno di 48 ore, entrerà in vigore l’ormai celebre webtax, la creatura normativa voluta da Francesco Boccia, Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati – necessaria, secondo lui – per  “mettere il sale sulla coda” ai giganti dell’online advertising, obbligando le imprese italiane a comprare pubblicità solo da fornitori dotati di partita iva italiana.

Tra le tante disposizioni travolte dalla mancata conversione in legge del c.d. Decreto Salva Roma, infatti, c’è anche la previsione con la quale il governo Letta aveva provato – per la verità in modo approssimativo e superficiale – a mettere una toppa al pasticciaccio del Parlamento, rinviando al 1 luglio l’entrata in vigore della webtax.

L’ormai imminente entrata in vigore della webtax creerà una serie di effetti a catena, trasformandoci in un Paese fuori legge, popolato da fuori legge.

Tanto per cominciare, infatti, l’entrata in vigore della legge in assenza della necessaria sua preventiva comunicazione alla Commissione europea viola il diritto dell’Unione, esponendo il nostro Paese ad una quasi certa procedura di infrazione, proprio a ridosso del nostro semestre di Presidenza. Una “figuraccia istituzionale” ed un’ennesima bacchettata da parte delle Istituzioni europee che poteva e doveva essere evitata.

Egualmente fuori legge, sabato, finiranno decine di migliaia di imprenditori italiani che si ritroveranno – anche complice la totale assenza di preavviso – a comprare pubblicità online da fornitori che, inesorabilmente, saranno privi di partita iva italiana.

Non è, infatti, ipotizzabile che, in una manciata di ore, miglia di piccole, medie e grandi imprese riscrivano i loro piani di investimento pubblicitario per abbandonare le piattaforme di advertising di Google e soci e migrare verso quelle degli editori e delle agenzie italiane.

Se anche, peraltro, ciò accadesse, il segnale che manderemmo al resto d’Europa e del mondo sarebbe quello di un Paese che, nell’era della globalizzazione dei mercati, ha scelto di chiudersi a riccio, adottando anacronistiche misure protezionistiche.
Si tratterebbe di un autentico suicidio politico e sarebbe uno schiaffo con pochi precedenti al sistema dell’economia digitale nel quale, al contrario, abbiamo un disperato bisogno di entrare, giocandovi – per quanto oggi appaia difficile da ipotizzare – un ruolo da protagonisti.

Tocca, a questo punto, al neo-Premier, Matteo Renzi mettere l’ennesima toppa in una vicenda – quella della webtax – nella quale, sin qui, le nostre istituzioni hanno agito da apprendisti stregoni, maldestri e pressapochisti.

Il nuovo Governo deve spedire in soffitta – necessariamente con un decreto legge da adottarsi a tempo di record – la webtax e fare ciò che avrebbe dovuto essere fatto sin dall’inizio: inserire il tema della fiscalità nei servizi online nell’agenda politica dell’Unione Europea che tra una manciata di settimane ci ritroveremo a gestire nell’ambito del semestre di Presidenza.

Non è accettabile continuare a maneggiare il futuro con tanta goffaggine ed impreparazione, ignorando e travolgendo i più elementari principi di diritto, in nome dell’interesse di pochi o, peggio ancora, a causa dell’incapacità di cogliere e comprendere le dinamiche della globalizzazione della società e dei mercati.

Possibile sia così difficile capire che nell’era di Internet, ci sono temi e questioni in relazione ai quali la Sovranità di ogni Stato deve necessariamente essere esercitata ad un livello diverso e attraverso strumenti differenti dalle leggi e leggine con le quali, sin qui, abbiamo, governato, a stento persino il nostro Paese? 

 

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