Antefatto. I profili Twitter di Alessandra Moretti (PD) e Paola Taverna (M5S) vengono violati la notte del 6 febbraio. I followers, increduli, assistono ad un battibecco in 140 caratteri piccantissimo, condito da volgarità di ogni sorta. Qualcuno abbocca e si indigna, qualcuno fiuta l’odore dell’hackeraggio. La senatrice pentastellata si dissocia da quanto pubblicato dal suo profilo, garantendo di esporre denuncia per risalire agli autori. La deputata democratica punta più in alto e scrive una lettera al Corriere della Sera in cui offre le premesse concettuali per una proposta di legge “in materia di tutela della dignità personale nella rete internet” . 

Toh, l’establishment che governa questo Paese – e che si presuppone abbia strumenti culturali adeguati per legiferare coscienziosamente – scopre che Internet non è solo uno strumento, bensì un luogo. Un luogo dove le persone vivono, letteralmente. Un luogo dove gli utenti discutono: a volte argomentano civilmente, a volte riversano online le frustrazioni quotidiane. Il tutto in una cornice di deresponsabilizzazione, dovuta al mancato face to face, e di compulsiva immediatezza, abilitata dall’eterna conversazione dei social network. 

Ma queste dinamiche, chi sta in Rete, le conosce perfettamente. E non ha bisogno di farsi hackerare il profilo su Twitter per cominciare, anche solo alla lontana, a porsi il problema di cosa sia lecito o meno in Rete. Perché altrimenti il messaggio che passa potrebbe essere quello di una battaglia personale, giusto?

C’è la questione dell’anonimato. L’on. Moretti parla del «mostrare i volti» degli utenti come se non esistesse altro modo per dirimere questioni giuridiche in Rete. Eppure persino un neofita del web sa perfettamente che si può sporgere denuncia tramite la polizia postale anche per le attività perpetuate online, semplicemente perché avere un nick non rende legalmente intoccabili. Non ci è ancora dato sapere, concretamente, che tipo di gogna social-e abbia in mente la parlamentare del PD nella sua proposta di legge. Ma se c’è qualcosa che le orwelliane rivelazioni del caso Datagate dovrebbero aver consolidato, è proprio l’idea che «privacy» e «anonimato» siano due concetti del tutto anacronistici ai tempi di Facebook, Google e dell’Nsa.

C’è la questione dell’«onda rosa» che ha travolto le multinazionali dell’online a stelle e strisce. Cito testualmente dalla lettera dell’on. Moretti: «dalla top manager Susan Wojcicki alla guida di Youtube a Sheryl Sandberg numero uno di Facebook, da Marissa Mayer per Google fino a Carol Bratz per Yahoo».
Il problema è che l’onda rosa ha travolto anche la lucidità della parlamentare del PD, che è riuscita a commettere quattro errori in centocinquantatré caratteri: 1) Si scrive YouTube. 2) Numero uno di Facebook? Non sapevamo che Mark Zuckerberg ci avesse lasciato prematuramente. 3) Marissa Mayer è CEO di Yahoo da un anno e mezzo. 4) Carol Bartz (non Bratz) è stata licenziata da Yahoo 2 anni e mezzo fa.

C’è la questione della censura. E qui diamo contro ai detrattori dell’on. Moretti per partito preso. Gli oltranzisti 2.0 che gridano ciecamente alla censura non favoriscono certo il dibattito. Chi evoca sempre-e-comunque la presunta santità della libertà di espressione tifa implicitamente per un ambiente digitale del tutto deregolamentato in cui domina, alla fine dei giochi, l’insultatore più convinto. Una sorta di tacita troll-etiquette che non giova a nessuno. Non giova all’umore degli utenti, non giova all’immagine della testata ospitante, non giova alla discussione in sé. A chi si ritiene potenzialmente censurato, andrebbe ricordato che insulto libero, minacce di morte ed istigazione all’odio razziale non sono libertà da tutelare.

C’è la questione del sessismo. Il frame sessista che pervade – spesso in modo del tutto pretestuoso – la retorica morettiana ha la colpa di circoscrivere un problema ben più ampio (quello della gestione delle interazioni in Rete) ad una questione di genere. Da un lato, spinge i più maliziosi a chiedersi chi, più di tutti, negli ultimi vent’anni, abbia contaminato il Paese con la cultura machista, mignottocratica e patriarcale se non lo stesso Silvio Berlusconi con cui l’on. Moretti e soci hanno serenamente governato. Dall’altro, consolida nella mente dei complottisti lo spettro di una proposta di legge ad personam, mossa più da un malriposto senso di rivalsa verso il digitale che da una solida conoscenza dell’universo di riferimento. Senza la presunzione di ipersemplificare un problema così delicato in poche battute, il dato di fatto è che la carta del sessismo viene troppo spessa giocata come jolly per coprire argomenti che, razionalmente, vacillano.

Internet è un mondo delicatissimo, che non tutti conoscono a fondo. Interessarsi della materia non basta, bisogna anche essere competenti. Internet non può essere sinonimo di anarchia, ma non può neanche essere regolamentato da una Babele di leggi partorite dal mal di pancia digitale del politico di turno. Social network e quotidiani online diano l’esempio per primi, promuovendo una cultura dei filtri ai commenti (sia automatici, basati su keyword specifiche, sia umani, basati laddove possibile sull’arbitrio dei community manager) in grado di rendere la Rete un posto sereno dove argomentare le proprie idee senza il terrore costante di essere fagocitati dalla violenza verbale del troll di turno. La classe politica dia l’esempio per seconda, investendo più energie e denaro nella scuola e nell’istruzione digitale anziché in fantascientifiche trovate legislative. Perché non servono regole migliori. Servono utenti, cioè cittadini migliori.

 

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