I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono costosi e inutili. Lo denunciano i numeri del Dossier Caritas/Migrantes, l’enciclopedia dell’immigrazione pubblicata ogni anno dall’organismo pastorale della Cei. Dal 1998, anno di nascita delle prigioni per immigrati irregolari, al 2012, “su 169.126 persone internate nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2 per cento del totale) quelle effettivamente rimpatriate”. Ma quest’inefficienza costa cara alle nostre casse: lo Stato, sottolinea il rapporto, spende per la gestione dei centri non meno di 55 milioni di euro l’anno.

L’apparato relativo al trattenimento e all’allontanamento degli immigrati irregolari in sette anni è costato un altro miliardo di euro. La decisione di prorogare i tempi di reclusione fino a 18 mesi ha ulteriormente aggravato il sistema, aggiunge il rapporto. Si è passati dai 30 giorni della Turco-Napolitano, la legge che ha istituito i centri, agli attuali 18 mesi. Un’operazione che ha aggravato i costi dei Cie ma non ne ha migliorato gli effetti.

Come riformare i Cie? Chiudendoli, sostiene la Caritas: “La vera riforma del sistema dei rimpatri sarebbe la chiusura dei Centri – scrivono i ricercatori del rapporto -, fermo restando che l’identificazione e l’acquisizione dei titoli di viaggio degli stranieri pregiudicati potrebbe aver luogo durante la detenzione in carcere”. Piuttosto che regolare i flussi migratori, i Centri d’identificazione ed espulsione assolvono la funzione di ““sedativo” delle ansie di chi percepisce la presenza dello straniero irregolarmente soggiornante, o dello straniero in quanto tale, come un pericolo per la sicurezza” e non aiutano nemmeno a identificare i “clandestini”.

L’allarme sicurezza è ridimensionato dai numeri. Nel 2013 la popolazione straniera è cresciuta di 334 mila unità (+8,2%), raggiungendo il totale di 4,38 milioni (7,4% del totale): se la popolazione italiana continua ad avere un minimo tasso di crescita è dovuto proprio all’apporto degli stranieri, in particolare delle coppie che hanno figli in Italia (sono 100 mila i nuovi nati nel 2013). La popolazione carceraria di origine straniera ha avuto un tasso di crescita molto minore. I detenuti non italiani sono 23 mila, in linea con il dato dell’anno scorso. Il Rapporto Caritas/Migrantes inquadra ancora una volta la figura degli immigrati come dei manovali che finiscono nelle reti della criminalità “per via delle precarie condizioni di vita”. Lo dimostra il fatto che il reato più comune è lo spaccio e la detenzione di droga (26,6 per cento), che prevale anche rispetto ai reati contro il patrimonio (25,1 per cento), maggioritari tra gli italiani.

Ci sono poi dei reati di cui vittime e carnefici sono entrambi stranieri: è il caso della tratta di esseri umani, che non significa solo mercato della prostituzione: “Nel corso dell’ultimo decennio, è progressivamente aumentato il numero di casi identificati di persone trafficate e sfruttate in altri ambiti, tra cui quelli economico-produttivi e, in particolare, in agricoltura, pastorizia, edilizia, manifatture, lavoro di cura”, si legge nel rapporto. Inutile, però, pensare che provvedimenti legislativi ad hoc o centri di detenzione possano fermare i flussi migratori. I numeri sono destinati a moltiplicarsi nei prossimi anni, così come le rotte. Nel 2013 il 3% della popolazione vive in un Paese diverso da quello di nascita. Tra 25 anni il numero dei migranti è destinato a raddoppiare toccando quota 400 milioni. E l’El Dorado non sarà più solo la Vecchia Europa. I Paesi in via di sviluppo sono la meta del futuro.

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