Domani e sabato 25 si terrà il consueto cerimoniale di inaugurazione del nuovo anno giudiziario. Recita infatti la delibera 8.1.14 del Csm che “Relativamente all’inaugurazione nei distretti di Corte d’Appello, essendo stata individuata nel 24 gennaio 2014 la data della cerimonia di inaugurazione presso la Corte di Cassazione si stabilisce che le inaugurazioni nei distretti si terranno il giorno 25 gennaio. Trattandosi di un sabato l’intralcio al servizio sarà minimo ma deve comunque raccomandarsi che, al fine di consentire la più ampia partecipazione, sia disposta la sospensione delle udienze in tutti gli uffici giudiziari della città sede della Corte, salvo che per gli affari urgenti.”

Già da questi dettagli comprendi i tempi della giustizia italiana. Ti chiedi come mai l’inaugurazione non si tenga nei primi giorni di gennaio e non a fine gennaio. Ti chiedi come mai non si tenga una domenica, giusto per non intralciare la giustizia. Poi ti ricordi che ciò intaccherebbe i giorni di festa e che di fatto il sabato la giustizia è già letargica. Dunque inizi a capire.

Il momento è solenne ma anche di autocritica poiché, sempre il Csm “ribadisce che la cerimonia d’inaugurazione costituisce un momento di dibattito pubblico sulla situazione dell’amministrazione della giustizia“. Assisteremo al consueto monito sullo stato comatoso della giustizia (soprattutto civile), sull’abnorme numero di processi pendenti, sulla perdurante illegalità, sulle “sanzioni” che provengono dall’Europa per la durata irragionevole dei nostri processi. Quanto ci costa tutto ciò, quanto ci costerà. Ci sarà poco spazio all’autocritica (raramente filtra), molto alla critica (dell’avvocatura, meglio individuare i responsabili nelle toghe altrui).

In particolare poi “Ha diritto di intervenire il rappresentante del Ministro della Giustizia, per svolgere considerazioni e prospettare le soluzioni più opportune dei problemi relativi all’organizzazione e al funzionamento dei servizi della Giustizia”. Apparirà il Guardasigilli Cancellieri, non a raccontarci delle sue fitte frequentazioni con l’alta borghesia milanese e delle sue intense telefonate, ma a spiegare quanto sia stato necessario approvare il c.d. decreto svuota carceri, ossia una vergogna che si aggiunge a vergogna, realizzando un indultino mascherato del quale beneficeranno anche i soggetti mafiosi. Soprattutto si compierà definitivamente il diffuso senso di ingiustizia e l’incertezza del diritto (e della pena) che vigono da noi. Non ci verrà certo a spiegare cosa abbia fatto per la giustizia civile, per la quale anzi si sta adoperando per renderla ancora meno accessibile alla classe media (da anni assistiamo solo ad aumenti dei costi della giustizia, contestualmente alla demolizione delle parcelle degli avvocati, omaggio a Confindustria). Non verrà a spiegarci perché si è sottratta qualche giorno fa al Congresso unitario dell’avvocatura a Napoli nella quale si sono prospettate le soluzioni per migliorare la giustizia.

Il 19 gennaio sul Corriere della Sera (Milano) abbiamo letto le pompose dichiarazioni del presidente del Tribunale meneghino, dott.ssa Livia Pomodoro, sempre impegnatissima nelle public relations e negli eventi mondani: “Sei mesi per una causa penale, 296 giorni per concluderne una civile. Il Tribunale di Milano ha presentato ieri il suo “bilancio sociale””, il documento di rendiconto delle attività svolte nel 2013 e rivendica orgogliosamente i risultati ottenuti. Invero “Il dato sulle cause civili è particolarmente significativo se rapportato a quello della media nazionale (564 giorni) e a quello dei tempi medi di definizione delle cause civili nei paesi Ocse, di “solo” sessanta giorni più brevi rispetto a Milano (238)”. Nel presentare ciò la Pomodoro, dinanzi alla Guardasigilli, ha precisato comunque che per il bilancio sociale “il mio unico merito è la copertina”. Speriamo non intendesse quella patinata.

Sarà che io sono particolarmente sfortunato, ma non mi è mai capitato di concludere una causa civile a Milano in 296 giorni. E neppure a tutti gli avvocati che conosco. Sarebbe dunque interessante comprendere i criteri con cui si è arrivati a tali numeri. Se si contano anche le cause abbandonate sin dall’inizio, quelle conciliate, i ricorsi cautelari e i procedimenti sommari, forse (ma forse) ci si arriva. Ma non si può offrire l’idea che a Milano una causa media (dunque ordinaria) si concluda in meno di un anno. Perché ciò non corrisponde al vero. Nonostante Milano, rispetto a tantissime realtà giudiziarie, appaia come un’isola felice. Ma può bastare questo per compiacersi o si può fare molto di più? I diritti dei cittadini e di tutti noi, aspettano una telefonata da lei, cara Cancellieri.

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