“Un giorno mi sono alzato, ho buttato via la televisione e ho deciso di fare i bagagli”. Non sempre ci si riconosce nella nazionalità riportata sul passaporto e a Marco Simola la sua stava un po’ stretta. “Non ne potevo più dell’Italia, della sua politica, dei ‘furbetti’. Mi vergognavo di essere italiano. Così a 42 anni ho mollato tutto e da Ivrea sono andato in Perù”, racconta. La scelta non è casuale, quello con il Paese sudamericano è un amore che parte da lontano: “Ci ho vissuto quattro anni quando ero adolescente e mi è sempre rimasto nel cuore”. E quello che ritrova, dopo anni, è un Paese con una grande voglia di emergere, dove chi ha una buona idea ha una concreta possibilità di svilupparla.

Così è anche per Marco: partito con il progetto di aprire un bar a Cuzco, città a sud, oggi è riuscito a fare del suo grande hobby, la fotografia, un mestiere. “Ora, a 48 anni, posso proprio dire di essermi reinventato. Dopo aver lavorato in Italia come consulente informatico e dopo una parentesi di circa tre anni duranti i quali ho venduto su Ebay mobili di design fatti in Cina, sono arrivato a un punto di rottura. Volevo partire e ricominciare. A Lima ho avuto la possibilità di lavorare come fotografo, una delle mie grandi passioni”.

All’inizio con delle ong di clown negli ospedali, poi portfolio alla mano, è andato a bussare alla porta di alcuni dirigenti di aziende minerarie impegnate nel sociale chiedendo se fossero interessati a sponsorizzare le loro attività attraverso le sue foto. “Ora lavoro per grandi imprese internazionali, un’agenzia fotografica di Londra e diverse organizzazioni con progetti di aiuto in Sudamerica”. Entrare nel giro non è stato difficile. “Questo è il bello del Perù: la classe dirigente è giovane, va dai 28 anni in su ed è facile da contattare. Per avere un appuntamento ho usato LinkedIn. Così è per tutti gli enti e i politici: basta usare il telefono, senza passare attraverso numerose segretarie. E tutti sono pronti ad ascoltarti se hai una buona idea. Non è detto che poi siano interessati al tuo progetto, ma sono disponibili al dialogo, non come in Italia. Qui c’è tanta voglia di fare”.

E la voglia di fare a Marco non mancava. In un “Paese effervescente, in pieno boom imprenditoriale”, dove chi non ha un lavoro se lo inventa, insieme a Gianna, la sua compagna, ha deciso di aprire la propria attività, ‘Enfokate’: “Affittiamo cabine fotografiche per feste ed eventi. Dentro lasciamo parrucche e oggetti buffi per far divertire i nostri clienti e il giorno successivo rendiamo disponibili le immagini su internet. Il business funziona, ad oggi abbiamo nove cabine in Perù, una in Costarica e pensiamo di arrivare anche in Brasile”.

Ma il segreto del successo di questa attività è nella grande anima festaiola del Perù: “Questo è un Paese ottimista, dove tutti pensano che l’anno che verrà sarà migliore di quello passato e dove le aziende organizzano feste per i propri dipendenti. Inutile dire che in Italia un’impresa del genere non avrebbe avuto il minimo successo. Noi abbiamo perso la capacità di sorridere”. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. “Certo – spiega Marco – il Perù non è il Bengodi. Chi arriva deve sapersi adattare allo stile di vita, agli usi e costumi locali. E questa è una società dove apparire conta molto. Poi la salute è a pagamento, c’è ancora molta povertà, un traffico insopportabile, tanta microdelinquenza e corruzione. Ma, a differenza dell’Italia, è più facile corrompere un agente di polizia che un dirigente. E qui sanno ancora indignarsi”.

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