“Siamo una nuova specie, non abbiamo radici yiddish, ma siamo qui per trovare il luogo di appartenenza. Sono ebreo, ma non sono israeliano. Per me noi ebrei ci rafforziamo quando siamo minoranza, quando conserviamo la specificità del nostro essere”. Zeev Avraham è un corpulento 44enne, genitori iraniani, trasferitosi a Berlino nel 2007. Ha aperto “Sababa” – “che vuol dire ‘tutto bene’ in arabo, ma è un’espressione che usiamo anche noi” – ristorante mediorientale a Kastanienallee, strada alberata di Prenzlauer Berg, il quartiere dell’ex Berlino Est a ridosso del Muro divenuto dopo l’89 il centro della vita alternativa della capitale riunificata (e ormai imborghesito a scapito dei nuovi quartieri trendy più a est). “Ero venuto per la prima volta nel 2001, a far la festa, come tanti giovani europei, a Berlino. Poi son tornato: è stata un’illuminazione: è stato come sentirmi a Roma o a Gerusalemme per un cattolico. La mia identità è più forte qui: mi sento meno israeliano e più ebreo. E posso mettere in pratica uno dei fondamenti del nostro popolo, se sei una minoranza, devi essere intelligente per emergere”.

Tra Prenzlauer Berg e Mitte, il centro-città di Berlino risorgono i simboli e i luoghi della presenza ebraica. La storica sinagoga di Oranienburgerstrasse con la sua cupola dai colori levantini oro e verde, è frequentata da turisti e giovani ebrei – ultra-ortodossi o molto laici – giunti a Berlino per studiare e ritrovare le loro radici. Il rabbino Daniel Alter, malmenato per strada nel 2012, sostiene che vi siano aree “off limits” per gli ebrei: i quartieri di Neukholln e Wedding, dove la maggioranza della popolazione è di origine turca e ritiene che il 20% dei tedeschi resti “latentemente antisemita”.

Eppure il comune di Berlino favorisce la contro-diaspora degli ebrei e il ripopolamento dei quartieri abbandonati durante lo sterminio nazista. Nel 1937 nella capitale del III Reich vivevano almeno 150mila ebrei, ridotti a 8.000 nel 1945. Nell’89 erano 6.400 a Ovest e circa 200 censiti a Est. Adesso pare siano almeno 30.000, forse non tutti stanziali, ma in costante aumento. Come Mendel e Gal Titan: il primo un 20enne russo che indossa il classico cappello a larghe falde degli ultra-ortodossi; il secondo israeliano che si è stabilito qui per riannodare i fili della storia familiare: “È un ritorno alle origini: mio nonno è l’unico dei 7 fratelli sopravvissuto, e mi ha raccontato tante cose belle di Berlino”. “Si ricordano quasi sempre solo i morti – spiegava Zeev – ma c’era tanta vita ebraica qui che va percepita e coltivata”.

Tutta la città è disseminata delle pietre d’inciampo che davanti a tanti portoni – come quelli di Sophienstrasse, dietro la grande sinagoga, che conserva intatta l’aria da strada di un villaggio ebraico mitteleuropeo, lo shtetl – riportano i nomi e i destini degli ebrei deportati nei campi di sterminio nazisti.Non è solo Berlino a venir ripopolata dalle nuove generazioni ebraiche. La Frankfurter Allgemeine Zeitung racconta dei villaggi dell’Ucraina, la culla del movimento chassidico (ultra-ortodosso, ndr) che tornano a nuova vita con l’arrivo degli ebrei – più americani che israeliani; un ritorno al futuro che disegna una curva inaspettata della Storia.

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