Ancora Tra le nuvole (Up in the Air, 2009), ma stavolta per riparare il telescopio Hubble e poi tornarsene sulla Terra a riabbracciare la figlia. Queste le intenzioni, ma George Clooney non teme lo spazio profondo: prima Solaris con Steven Soderbergh, ora Gravity con Alfonso Cuarón, film d’apertura della 70esima Mostra del Cinema di Venezia.

Parafrasando i suoi amici Coen, verrebbe da chiedergli: fratello, dove vai? Per aspera ad astra, e la sua carriera conferma: prossimo approdo sul pianeta sala (il 3 ottobre con Warner) il thriller sci-fi del regista messicano, che promette CGI e digitale mai visti, 3D di senso e – udite, udite! – divieto di trucco per gli attori, compresa una Sandra Bullock, dicunt, comprensibilmente interdetta.

Due righe di sinossi: Ryan Stone (Bullock) è ingegnere medico alla sua prima missione, il veterano comandante Matt Kowalsky (Clooney) al suo ultimo volo, ma durante una passeggiata spaziale il devastante incidente: l’unica via è spingersi oltre, nel terrificante infinito…

Chi come Guillermo Del Toro ne ha visto qualche sequenza è rimasto a naso all’aria e bocca aperta, perché la stoffa è quella del virtuoso – e virtuosistico – I figli degli uomini (Children of Men): anche qui, complice il sodale direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, piani sequenza da restare, per dirla alla Hitchcock, col nodo alla gola

Eppure, qualcuno l’ha prematuramente ribattezzato “Open Water nello spazio”, e non suona un complimento: vedremo, per ora George e Sandra fluttuano nello spazio, al ground control Cuarón saprà rispondere da par suo? Gravity ha i crismi del film sperimentale: pensare a Kubrick, forse, non è una balla spaziale. Per ora beccatevi il trailer!

 

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