Le varie “primavere” fiorite di recente – dalla rivoluzione tunisina a quella egiziana, passando per le guerre civili libica e siriana, e le grandi manifestazioni contro i governi turco e brasiliano – vengono spesso spiegate così. Paesi poveri ma in forte crescita economica, con una popolazione molto più giovane di quella occidentale e informata da tv satellitari, telefoni cellulari e internet, si rivoltano contro le rispettive oligarchie politiche, economiche, religiose e militari. Nei paesi arabi, in particolare, i giovani si sono prima rivoltati contro i vecchi regimi autoritari ma passabilmente laici, oggi si rivoltano contro i nuovi regimi democratici, più o meno fondamentalisti, gli uni e gli altri ugualmente sostenuti dagli Stati Uniti.

Credo ci sia molto di vero in questa spiegazione, e molto di falso, invece, nelle varie teorie del complotto invocate dai despoti di turno, assecondando la paranoia dei loro servi. Anche se non sempre gli osservatori se ne accorgono, comunque, molte delle spiegazioni plausibili sono altrettante applicazioni del Paradosso di Tocqueville. Non si fanno le rivoluzioni, diceva l’autore de l’Ancien régime et la révolution (1856), solo perché si è poveri: come farebbe pensare la storiella di Maria Antonietta e delle brioches. Le si fa quando si è meno poveri, e oltre al pane si chiede libertà.

L’applicazione migliore del Paradosso di Tocqueville è forse il Sessantotto: allora i figli del boom economico si rivoltarono contro i loro padri, mentre oggi i nostri figli, che ne avrebbero ben più ragioni, di rivoltarsi non se lo sognano neppure. Tanto che, per ritrovare un barlume delle speranze di allora, si devono saltare le prima pagine dei giornali piene del declino di questo paese, degli ultimi sussulti di Berlusconi, dell’agonia politica del Pd – e passare alle pagine interne, alle rivoluzioni nei paesi emergenti. Ma forse lo faccio solo io: la volta che ho scritto di piazza Taksim, per dire, avrò avuto sì e no dieci commenti.

Per alzarmi l’audience, allora, accenno al MoVimento Cinque Stelle, che funziona sempre. Lo so che ormai è come sparare sulla Croce Rossa: che l’unico movimento di protesta germogliato in un’Italia ormai narcotizzata è stato parcheggiato dai suoi duci in un vicolo cieco. Ma non posso fare a meno di chiedermi, retoricamente: cos’hanno capito, del Paradosso di Tocqueville, i guru del MoVimento? L’esatto contrario, si direbbe. Infatti, ci raccontano che i loro parlamentari li lasciano per tenersi metà dello stipendio: e non gli passa neppure per l’anticamera del cervello che, più che i soldi, qualcuno di loro possa preferire la libertà.

 

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