È l’Italia, «povera patria». Il calciatore del Palermo Fabrizio Miccoli si è detto pentito, dopo aver definito «fango» Giovanni Falcone, in una telefonata con un soggetto diverso dall’abate Gioacchino da Fiore o dal Mahatma. Miccoli ha aggiunto che vorrebbe fare il testimone di legalità, accusato d’aver ordinato estorsioni a tizi che non sono francescani spiritualisti.

Miccoli, insomma, crede che si possa tutto, da un estremo all’altro: sputare sulla memoria di un eroe nazionale, simbolo di uno Stato puro e incorruttibile, e poi incarnare la rettitudine di uomo, magari come un Peppino Impastato del pallone. Per la verità queste contraddizioni non sono nuove, nella nostra nazione. Ne sono, anzi, un tratto distintivo e alimentano lo spettacolo permanente che genera le star popolari: politici, intellettuali, personaggi della tv.

Senza accorgersene, Miccoli ha complicato la sua posizione. Il pentimento non è un fatto mediatico e comporta un percorso, un – si direbbe – purgatorio. Meglio sarebbe stato se avesse rinnegato le sue frasi, se si fosse riconosciuto piccolo e, per dirla con un termine siciliano più espressivo, mutuato dall’arabo, «mischinu».

Per ultimo, questa bruttissima storia di Miccoli dimostra un’altra cosa: in Italia ci si può schermare ancora con la propria notorietà, in caso di azioni ingiustificabili, vergognose e ributtanti.

Culturalmente, in questo senso, non c’è stata progressione. Siamo stati troppo abituati all’insulto, alla bassezza, alla miseria morale. Siamo stati abituati ad una riabilitazione immediata. Perfino senza alcun prezzo, senza alcuna prova, senza alcun travaglio dell’animo e dello spirito.

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