Passa più tempo connesso che a dormire. Dedica più ore al piacere di commentare gli status degli amici che a quello di mangiare. È l’inglese medio: per lui l’accesso a Internet conta tanto quanto fare sesso.

Secondo una recente indagine dell’azienda produttrice di apparecchiature di rete TP-Link, realizzata coinvolgendo 3000 persone residenti nel Regno Unito e con una età compresa tra i 18 e i 55 anni, il 42% degli inglesi considera Internet tra le priorità della propria vita quotidiana e il 50% spende più tempo online che in attività fondamentali all’esistenza – almeno sul piano biologico – come dormire o nutrirsi. L’82% degli intervistati, inoltre, dichiara di provare rabbia o frustrazione quando la connessione non funziona e cade.

Le ragioni di tanto entusiasmo? La Rete non solo arricchisce la vita sociale degli intervistati, spiegano gli autori dell’indagine, ma garantisce loro un maggiore senso di appartenenza a un gruppo. Il “noi comunità”, insomma, diventa più inclusivo e presente. Dopotutto è sempre possibile sentirsi parte di un gruppo a portata di smartphone.

Si tratta di una evoluzione aberrante? Al contrario. È naturale. «Il senso di appartenenza al gruppo – scrive, per esempio, già nel 2001, PierGiuseppe Rossi, docente di Tecnologie dell’apprendimento e dell’istruzione – non dipende tanto da affinità elettive, quanto dal comune patrimonio genetico prodotto dalla conoscenza costruita nel gruppo stesso. Il gruppo è quello che produce». Ovunque e comunque, offline come online, in termini di affetti, relazioni, associazioni, conoscenze comuni.

Insomma, niente di nuovo. Internet è solo un (gran) pezzo di vita. 

 

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