“L’offerta ad internet per il pubblico sarà  libera e non richiederà più l’identificazione personale dell’utilizzatore.” E’ questo il senso – o almeno dovrebbe – di una delle disposizioni, probabilmente, più inattese contenute nel “Decreto del fare”, adottato, sabato scorso, dal Consiglio dei Ministri.

Per capire l’esatta portata della norma – per ora solo annunciata nel comunicato stampa – occorrerà aspettare di leggere il testo del decreto, sfortunatamente, non ancora disponibile. Se quanto scritto nel comunicato riflettesse in modo puntuale il contenuto del decreto – circostanza di cui è lecito dubitare – significherebbe che chiunque, da ovunque si connetta a Internet, – casa, ufficio, treni, aeroporti, stazioni, internet cafè e, soprattutto, bar e ristoranti – da domani, non sarà più tenuto a farsi identificare dal fornitore di risorse di connettività.

Saremmo alla vigilia di una rivoluzione copernicana delle condizioni di accesso a Internet nel nostro Paese, una rivoluzione che ci porterebbe ben lontani dal resto dell’Europa al quale, invece, lo stesso comunicato stampa fa riferimento: “E’ stata inoltre prevista la liberalizzazione dell’accesso ad Internet, come avviene in molti Paesi europei.”.

Difficile, però, credere che sia così. C’è un lungo elenco di disposizioni europee e nazionali che prevedono che gli internet service provider debbano identificare i loro utenti ed è quasi impossibile credere che debbano considerarsi tutte, d’un colpo, travolte.

E’ più probabile che l’estensore del comunicato stampa si sia lasciato prendere la mano e che al ministro Zanonato – che pure nel corso della conferenza stampa di sabato sera aveva annunciato, negli stessi termini, la novità appena introdotta – sia sfuggita qualche parola di troppo.

Forse, infatti, la disposizione che, in queste ore, sta prendendo forma, nel “decreto del fare” si limita a stabilire che i gestori di esercizi commerciali non sono tenuti ad identificare in alcun modo i propri utenti ai quali mettono, gratuitamente, a disposizione risorse di connettività via wifi. Se fosse così, tuttavia, non ci sarebbe alcuna novità.

La “liberalizzazione del wifi” – per utilizzare un’espressione mediaticamente diffusa ancorché assai poco puntuale – è, infatti, realtà ormai dal 2010, allorquando con il “decreto mille proroghe”, l’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, decise di abrogare il famoso decreto Pisano e di sollevare i gestori degli esercizi commerciali di ogni obbligo di identificazione. Saremmo, quindi, davanti solo ad una brutta copia – un bis – di una vecchia norma, contrabbandata per una novità nel segno del “fare”.

Rimane, invece, da capire quale sia il senso dell’obbligo “del gestore di garantire la tracciabilità mediante l’identificativo del dispositivo utilizzato”, che secondo quanto riferito nel comunicato stampa, permarrebbe.

A seguito dell’abrogazione del decreto Pisanu, infatti, un simile obbligo, allo Stato, non esiste e, in ogni caso, c’è da chiedersi che senso abbia imputare una condotta telematica ad un dispositivo se non si è comunque in grado di attribuirne l’uso ad un determinato soggetto?

Guai a prendersela con un governo evidentemente mosso da buone intenzioni nel segno della promozione e semplificazione dell’accesso a internet nel nostro paese ma, in tutta franchezza, la decisione – almeno per come è delineata nel comunicato stampa del governo – sembra affrettata, approssimativa e poco ponderata.

Singolare, peraltro, che una disposizione in tema di identificazione degli utenti e di imputazione ai cittadini di talune condotte telematiche che incide su un sistema regolamentare in materia di ordine pubblico e sicurezza, sia adottata dal ministro dello Sviluppo economico, nel silenzio dei ministri dell’Interno e della Giustizia. 

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