Quando si tratta di allevamento bovino o produzione di ghisa, il Brasile ti regala sorprese che neanche a Carnevale. Questi due settori sono tra quelli che generano più ricchezza nel Paese. Dietro le staccionate degli allevamenti (il più delle volte illegali) o il fumo dei forni a carbone che fondono la ghisa, non sentirete l’odore dei soldi ma, spesso, la sofferenza dei lavoratori in condizioni di schiavitù. Secondo il Ministero del Lavoro e dell’Occupazione (Mte) Brasiliano, sono le due attività produttive dove si concentra il maggior numero di lavoratori schiavi in Brasile. 

Solo nel 2012, la Divisione per l’eradicazione del lavoro schiavile del Mte ha “liberato” un totale di 2750 lavoratori. Di questi, 1250 in Amazzonia. In testa gli allevamenti bovini con 497 lavoratori in condizioni schiavitù. Al secondo posto i forni a carbone per la produzione di ghisa dove sono state riscattati 452 lavoratori. La notizia è stata pubblicata dalla Ong Reporter Brasile.
  
Un’indagine della Comisión Pastoral de la Tierra (Cpt) conferma questi dati e addirittura denuncia una realtà peggiore:  il numero totali di schiavi in Amazzonia, nel 2012, sarebbe stato di 2.086.

I lavoratori “liberati” dal Mte sono stati trovati in condizioni, come le definisce lo stesso Ministero, “degradanti”:  alimentazione poverissima, mancanza di dormitori, assenza di servizi igienici e nessun accesso ad acqua pulita da bere. Per il cibo e qualsiasi altro loro bisogno questi nuovi schiavi sono costretti a pagare il proprio datore di lavoro, alimentando la spirale del debito che li tiene prigionieri. Per impedire loro di fuggire, vengono spesso confinati in baracche chiuse a chiave durante la notte e guardati a vista da uomini armati.

Il Brasile è recentemente diventato la sesta più grande economia del mondo. Quello che viene spesso chiamato il paese del futuro continua, invece, a utilizzare forme di lavoro di un passato così lontano e così imbarazzante.

Dal 2009 denunciamo fenomeni come l’invasione di terre indigene e il lavoro schiavile legato all’allevamento bovino, che allo stesso tempo continua a essere il principale motore delle deforestazione in Amazzonia. Nel nostro rapporto “Amazzonia che macello” avevamo ricostruito la filiera di decine di allevamenti illegali scoprendo che la carne e la pelle prodotta arrivava anche da noi in Italia: dalla scatoletta di carne in gelatina alle scarpe e borse d’alta moda.

Anche per questo abbiamo lanciato la nostra sfida al mondo dell’Alta Moda con www.thefashionduel.com. Chiediamo a queste aziende politiche di acquisto della pelle che prevedano un controllo sull’intera filiera e garantiscano così l’acquisto solo di pelle non proveniente da allevamenti illegali o che hanno causato la distruzione della foresta, occupato territori indigeni o, ancora peggio, utilizzino lavoro schiavile.

Dovreste chiederglielo anche voi alle case d’Alta Moda su www.thefashionduel.com

di Chiara Campione: Senior Forest Campaigner e The Fashion Duel Project Leader, Greenpeace

@chiaracampione

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