Di lui dicono che, volenti o nolenti, ci ha cambiato la vita e le abitudini. Amazon è il colosso dell’e-commerce made in Usa, quello per intenderci che può portare con pochi clic e qualche giorno (in molti casi bastano addirittura 24 ore) a casa nostra le merci più disparate: libri, cd, apparati tecnologici, scarpe, giocattoli e utensili. Ma il prossimo passo che starebbe preparando la società di Seattle è ancora più grosso: sulla scorta di una sperimentazione che nella città della sede principale va avanti da qualche anno con successo, sarebbe pronto il lancio globale di AmazonFresh, cioè una sottosezione con la vendita online e la consegna a domicilio del cosiddetto “fresco”: frutta e verdura in primis, ma anche cibi confezionati e addirittura piatti precotti. Si partirà subito da Los Angeles per poi allargarsi entro la fine del 2013 a San Francisco e dintorni ed eventualmente dal 2014 in almeno altre 20 città nel resto del mondo. 

Una vera e propria rivoluzione, in grado di impattare a nostro parere su diversi settori del commercio alimentare, specie se consideriamo quanto in fretta – come dimostra ad esempio la crescita di Amazon nel nostro Paese dalla fine del 2010 ad oggi – certe abitudini di spesa si possano radicare fra i consumatori. La prima potenziale vittima è ovviamente quella dei concorrenti diretti di Amazon, anche se dalle nostre parti non sono poi così tanti a vendere cibo online. In diverse città degli States – però – catene come Wal-Mart (a San Francisco) o la newyorkese FreshDirect stavano già esplorando questa possibilità. Gli altri settori di vendita che potrebbero uscirne con le ossa rotte sono quelli della grande distribuzione organizzata (o Gdo), che in tanti casi anche in Italia propone già un servizio di consegna a domicilio, e i take away gastronomici. I primi potrebbero trovare delle difficoltà in relazione alla varietà delle merci offerte e dei prezzi, che solitamente Amazon riesce a tenere bassi rispetto alla concorrenza; i secondi rischierebbero di soccombere di fronte alla rete capillare ed organizzata degli statunitensi. 

Ma guardando al mercato italiano (dove comunque AmazonFresh non dovrebbe arrivare prima di due/tre anni) un’ulteriore preoccupazione sorge per tutti quei piccoli portali messi in piedi per coniugare progresso tecnologico e agricoltura, spesso a km zero o biologica. Piccole e floride realtà messe in piedi molte volte da “contadini digitali” che hanno accumulato altri studi ed esperienze prima di provare questa via innovativa. I dati Istat ci dicono che nell’ultimo decennio le imprese agricole informatizzate sono raddoppiate, pur essendo solo il 4% del totale. Ma i siti internet sono passati da 5mila a quasi 30mila e gli esperimenti di e-commerce sono praticamente decuplicati (da 3mila a 27mila). Una nuova via alla produzione e alla vendita di frutte, verdure, carni e latticini che aveva avviato un trend molto positivo in un contesto di crisi e che, pur potendo contare su una qualità elevata, rischierebbe di soccombere contro il Golia dello stato di Washington.  

Ultima domanda, ma non certo per importanza: che ne sarà se e quando l’acquisto online di cibi ed ingredienti sarà una lieta abitudine delle nostre famiglie di alcuni temi a noi cari come il controllo diretto sulla qualità o come la territorialità degli alimenti? Possibile che siamo disposti a rinunciare a tutto ciò in nome di praticità e pigrizia)? 

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