A volte ho la sensazione che in molti, me compreso, si adagino nella comodità di cliccare un “Mi piace” o, al massimo un “Condividi” per mettersi a posto la coscienza ed essere convinti di aver adempiuto al proprio compito. In alcuni casi il metodo, è in effetti, molto efficace. Probabilmente non c’è modo migliore per diffondere una notizia, altrimenti difficilmente conosciuta.

Ma non sempre è così. Ci sono cose, eventi, nei quali nulla è sostituibile alla presenza. Se c’è una manifestazione dove difendono i tuoi diritti o i diritti di uno più debole di te, devi esserci. Se c’è da andare a votare, devi esserci. Se devi andare in strada e sporcarti le mani, non puoi pensare di cavartela con un clic sul computer di casa. Se c’è uno che non ha mai fatto questo e ha passato la sua vita sporcandosi, beh, questo è Don Gallo.

Noi sempre l’abbiamo ammirato, amato, definito un eroe, ma, nello stesso tempo lui ci ha costretti a guardarci allo specchio facendoci comprendere quanta distanza ci sia tra il dire e il fare. Ci riempiamo la bocca quotidianamente di buoni sentimenti, di valori che “guai a chi ce li tocca”, e poi, se incrociamo un tossico ci spostiamo, una prostituta la prendiamo per il culo, un barbone ci infastidisce solo a guardarlo. Se soffocano un diritto di un debole al massimo “condividiamo” la nostra indignazione.

Ai funerali del Don ho sentito dire che erano in tanti. Io invece dico che erano in pochi.  Seimila, forse diecimila persone, sono pochissime per salutare una persona come lui che tanto ha dato alla Resistenza, ai cristiani e soprattutto agli ultimi e ai dimenticati di questo paese. Ma non solo: lui si è sostituito alla nostra pigrizia e alle nostre meschinità. L’abbraccio grandioso del web non basta ad attenuare l’assenza, così come non sostituisce il calore di anche una sola presenza in più.

Ecco, il pezzo dovrebbe concludersi qui, perché questa è l’unica cosa che mi andava veramente di scrivere.

Però ammetto che l’ho maturata pensando anche alla prossima festa de Il Fatto Quotidiano. Un’occasione per discutere, incontrarsi, parlare con gli ospiti, i giornalisti, i lettori del giornale, e anche un occasione rara per ascoltare tanti bravissimi artisti uniti nell’intento di aiutare la Comunità di San Benedetto al Porto ed esaudire uno degli ultimi desideri del Don: fare in modo, in qualsiasi modo, che la comunità alla quale ha dato vita, possa proseguire la sua attività. Per sempre.

Noi del Fuori Orario ci siamo presi questo impegno, insieme a Il Fatto Quotidiano, e siamo certi che in tantissimi ci daranno una mano. Per fare questo però occorre andare in camera, preparare la borsa, guardare gli orari dei treni, consultare la cartina, leggere le informazioni su come funziona la festa e poi decidere di muoversi da casa.

Lo so, è più comodo un “Mi piace” sulla pagina ufficiale di facebook, ma questa è una di quelle volte che non ve la cavate con così poco: bisogna esserci!

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