Chi ha paura di Fabri Fibra? Molti, a quanto pare, visto che il rapper milanese è stato escluso dal Concertone del Primo Maggio dopo le proteste dell’associazione Di.R.E., che combatte la violenza sulle donne. Al fenomeno musicale degli ultimi anni, si contestano soprattutto i testi, pieni di messaggi omofobi, sessisti e misogini. I sindacati, dunque, hanno fatto dietrofront, lasciando a casa Fibra e innescando la polemica.

È censura preventiva? Forse sì, e da un evento come quello del Primo Maggio ci si aspetterebbe maggiore libertà di espressione. Ma il punto fondamentale della vicenda a mio avviso è un altro: davvero basta il testo di una canzone di Fabri Fibra per dare il la ai peggiori istinti degli italiani? Davvero si vuole trasformare Fabri Fibra in un Marilyn Manson nostrano, vietando al cantante di esibirsi o mettendo in guardia i ragazzini? Davvero il problema gravissimo della violenza sulle donne o l’omofobia imperante è imputabile alle rime scatenate di un personaggio così?

Il fenomeno Fabri Fibra, che è innegabilmente culturale (o subculturale, fate voi) ancor prima che musicale, non si può archiviare con così tanta superficialità. Alcuni testi del rapper sono inascoltabili e fastidiosi, è vero. Ma siamo sicuri che in quei testi ci sia comprensione nei confronti di certi atteggiamenti indifendibili? O piuttosto si tratta di una aspra e sprezzante critica, magari dai toni troppo forti, degli stessi?

Probabilmente noi italiani del rap non abbiamo capito ancora nulla. Forse non sappiamo leggere tra le righe di un codice non scritto, che possono comprendere solo gli “iniziati”. Forse sottovalutiamo il fenomeno. O forse gli diamo troppa importanza. Non lo so, non ho certezze e ho sempre paura a maneggiare il linguaggio musicale con i criteri tranchant di giusto e sbagliato, bene e male, politicamente corretto o disgustoso. Quello che so, però, è che io di Fabri Fibra non ho paura. Non sono certo un suo fan, visto che il rap non è in cima alle mie preferenze musicali, ma vorrei vederlo sul palco di San Giovanni.

Perché il Primo Maggio deve essere un evento di libertà e di tolleranza. Anche, e soprattutto, nei confronti di chi dice cose scomode che non condividiamo o, peggio ancora, non capiamo.

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