Sembra che Marchionne alla fine abbia svelato il suo gioco. In un’intervista di Ezio Mauro ha parlato chiaramente del futuro della Fiat che presto si fonderà con Chrysler e che manterrà in Italia solamente la produzione di automobili di lusso: Maserati, Jeep e Alfa Romeo (il marchio Lancia è già stato mandato in soffitta), giurando che nessuno stabilimento verrà chiuso.

Le implicazioni di questa notizia sono drammatiche. Per decenni la floridezza della Fiat si è basata sul postulato della motorizzazione di massa: gli operai che lavorano in catena di montaggio comprano le auto che loro stessi producono, generando in questo modo la propria offerta di lavoro.

Decidere di produrre esclusivamente auto di lusso significa consegnare alla storia una volta per tutte questo modello economico e condannare gli operai italiani a produrre beni che non potranno mai acquistare.

In questo caso il primo istinto è quello di prendersela con Marchionne, simbolo del male assoluto, ma si rischia di dimenticare che questi altro non è che l’amministratore delegato di un’azienda privata il cui obiettivo primario non è assicurare la piena occupazione dei lavoratori italiani, ma massimizzare il profitto e i dividendi dei propri azionisti. Prendersela con Marchionne significa dimenticarsi di tutti i grandi statisti del nostro paese che hanno sovvenzionato la Fiat in modo diretto o indiretto e a fondo perduto, che hanno creduto alla storiella di Fabbrica Italia, o che, poco più di un mese fa, si facevano riprendere a Melfi di fronte ad una folla di operai che prima si spellava le mani di fronte al piano di rilancio dello stabilimento e poi si disperava per la decisione di chiedere una cassa integrazione di due anni.

Questi erano proprio quegli operai che a breve non avranno più la possibilità di comprarsela, la macchina, che saranno costretti a ripiegare su un sistema di trasporto pubblico che si sta sgretolando. “Sgretolando” è il minimo che si possa dire e il caso degli autobus napoletani rimasti fermi nei depositi a causa della mancanza di fondi per fare il pieno di gasolio è un segnale di quanto ci aspetta nel nostro futuro. E’ inevitabile: se le città diventano sempre più affollate e si tagliano in modo drastico e lineare i fondi destinati al TPL (-17% nel 2010-2012), che altro potrà mai succedere?

Solo che i grandi statisti adesso hanno altro a cui pensare e a noi cittadini non resta che tenere duro e aspettare che passi anche questa allucinante campagna elettorale; una volta insediati il nuovo Parlamento e il governo, sarà il momento per far notare loro e con forza che è in corso una frattura nella società italiana tra cittadini di serie A che possono ancora permettersi la macchina e tutti quei poveri diavoli, fermi alla fermata dell’autobus, che aspettano e sperano che un autobus sudicio e stracolmo passi di là.

Bei tempi quando il problema erano solo la puntualità e pulizia dei mezzi pubblici.

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