Fissiamo un punto fermo: sappiamo bene quale sia la portata delle violenze che si consumano a danno dei ragazzi e dei bambini che incontriamo ogni giorno nel nostro lavoro. Eccome. Quindi quanto segue non è inteso a minimizzare il drammatico fenomeno. Solo che oggi vorremmo proporvi un lettura un po’ più laterale, un punto di vista inconsueto. Uno dei moderni timbri del maltrattamento ai minori, dalle nostre parti, ha non tanto a che vedere con cinghiate, intimidazioni e brutture, quanto piuttosto con l’etimologia. Sentite: maltrattare non significa altro che trattar male. Geniale, eh? Quando vi chiedono delle vacanze e rispondete che in hotel vi han riservato un cattivo trattamento, non state sostenendo che v’abbiano malmenati o presi a parole. No, lamentate solo d’esser stati trascurati, d’esservi sentiti traditi da chi non s’è preso, di voi, la dovuta cura.

Fatte le proporzioni, pure nel rapporto genitori/figli si può parlare di maltrattamento anche in termini analoghi, afferenti sostanzialmente a forme non tanto di violenza esercitata, quanto di negligenza e inconsistenza. Vedo figli che, sempre più spesso, mangiano in testa ai genitori, se li sbafano in un boccone e poi sputano gli ossicini e allora penso che una frazione del danno educativo, oggi, abbia le forme della pavidità, della paralisi, dell’astensionismo da parte dell’adulto incapace di accettare d’agire e perciò rischiare. Quindi, all’occorrenza, di sbagliare.

Si scorgono figli prepotenti coi genitori, arroganti perché arrabbiati, o perché timidi, o pieni di sé. Bambini tarantolati davanti ad adulti impietriti nell’inazione e nella paura d’intervenire. Ormai si tratta di un terrore sociale. Genitori incerti, perennemente auto-esposti al giudizio di una società in assetto d’esame permanente che ha sancito, per i minori, lo status di cristalleria. E di fronte alla cristalleria si resta solo a guardare: la si rimira, la si maneggia col fiato sospeso. Meglio non maneggiarla affatto, chiuderla in vetrinetta, al riparo da urti e polvere. Nel dubbio, meglio astenersi. E così il timore di sbagliare conduce al peggio: ecco adulti annichiliti da ondate d’insicurezza che si lasciano perdere di peso, di significato e fanno dell’irriconoscibilità la cifra della relazione coi figli. Ci sono ma non si vede. Ci sono ma non si sente.

E allora, per colmare il vuoto istituzionale, i bambini alzano la voce e urlano l’assenza di iniziativa adulta, di adulto intervento e contenimento (affettivo e normativo), stanano i genitori affinché assumano dimensione e concretezza e sappiano ingombrare, magari sbagliando. Perché il mondo si divide tra chi fa e sbaglia (con corredo di sottodivisione: chi trae insegnamento e chi invece persevera, ottuso) e chi non fa e sbaglia comunque, ma malamente.

Vi diranno che chi non fa non sbaglia. Ma chi non fa, non c’è. E chi è assente – recita l’altro adagio – ha sempre torto. I figli ce lo spiegano ogni volta che ci prevaricano. Perché genitore fa rima con generatore. Etimologicamente i due termini si sovrappongono. Il genitore deve produrre per avere senso, ogni giorno che passa. Deve muovere, provocare, reagire. Alla fin della fiera, l’invito è quello di non aver paura d’essere se stessi. I nostri figli, i nostri ragazzi, hanno bisogno d’incontrarci davvero: è solo così che potranno crescere. E crescere bene, almeno si spera…

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