Già a poche ore dalla sua espulsione aveva fatto capire di non voler abbandonare la partita senza lottare: “Non mi arrendo, 160 mila voti non si cancellano con due righe”. Ora Giovanni Favia, il consigliere regionale del Movimento 5 stelle cacciato da Beppe Grillo, scopre di poter giocare un’ultima, forse decisiva carta nella battaglia ingaggiata contro il leader. Il punto chiave sta tutto nell’impiego del marchio dei 5 stelle: Grillo ne è il proprietario, e con l’annuncio di ieri ne ha proibito a Favia e a Federica Salsi l’utilizzo. Ma non è così semplice. Perché un avvocato, Riccardo Novaga, sta studiando la possibilità per Favia di continuare l’attività in Regione con il logo a 5 stelle, anche dopo la diffida: “Un’ipotesi che non si può escludere – specifica il legale – anche se per ora si tratta di una valutazione non esaustiva, in quanto l’indagine è ancora in corso”. 

Secondo l’avvocato, che conferma di aver ricevuto l’incarico da Favia per approfondire la questione, la giurisprudenza riconosce ai gruppi parlamentari, e a quelli consiliari seduti in regione, una natura ambivalente, politica e insieme istituzionale. E il nodo è tutto qui, in questa divisione. Perché un conto è l’uso del marchio in iniziative di partito, un altro è l’utilizzo in sedi istituzionali, come l‘assemblea legislativa, dove un consigliere è stato regolarmente eletto. In quest’ultimo caso la diffida di un soggetto esterno potrebbe non avere alcun valore. “La domanda da porsi è questa: un privato può inibire a un gruppo parlamentare, in questo caso consiliare, l’utilizzo nelle istituzioni del segno distintivo con cui è stato votato?”.

Un quesito chiave, su cui Novaga sta cercando di far luce. “Risposte certe al momento non ce ne sono. Ma di sicuro non si può escludere la possibilità che un eletto possa proseguire l’attività nel proprio gruppo. Bisogna valutare. Anche perché – aggiunge – si tratta di un caso abbastanza inedito: fino adesso i partiti avevano scelto di risolvere i problemi interni mantenendosi sempre su un piano politico”. A questo punto però sembra chiaro che l’esito della ricerca può aprire una strada, fino a questo momento poco battuta dalla truppa dei dissidenti dei 5 stelle. Quella della guerra giudiziaria per l’uso del marchio.

Del resto lo stesso Favia, nel giorno della scomunica, aveva fatto capire di non voler cedere senza prima tentarle tutte. “Gli interessi privati, i personalismi, la verticalità organizzativa, la fede messianica in un leader, non sono mai state nel nostro Dna, non sono mai state i nostri semi – aveva scritto sulla sua pagina Facebook, dove campeggia ancora un’immagine di lui sorridente, accanto a Grillo. “Accettare una deriva di questo tipo significherebbe arrendersi. E noi invece non ci arrendiamo mai”. Dalla sua Favia non ha solo un pacchetto da 160 mila voti, secondo lui, “difficili da cancellare così, con due righe postate su un blog”. Ma può contare anche  dell’appoggio di una buona fetta dei militanti dell’Emilia Romagna. Una base di consenso che nell’ultimo mese gli ha permesso di superare brillantemente, uno dopo l’altra, le assemblee di confronto con la base.

Non ha intenzione di seguire la strada della guerra legale Federica Salsi, altro consigliere messo alla porta da Grillo. “Non me la sento di fare una battaglia come Favia” ha detto a margine della seduta del consiglio comunale di Bologna. “Lui fa bene a continuare. Ho capito che Grillo non mi vuole. Comunque non andrò in altri gruppi, ma continuerò a fare il consigliere comunale”. E sull’utilizzo del logo specifica: “Sarebbe un controsenso usare quel simbolo, adesso”.

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