A partire da Platone (Leggi, 804 a) e da Niccolò Cusano (De ludo globi, 1463) si sviluppa una significativa tradizione di pensiero che esalta il ‘gioco’, la dimensione giocosa come costitutivamente intrinseca all’essere umano.

Per ricordare ancora Niccolò Cusano, già nel pensiero medioevale, il gioco della palla o del pallone veniva considerato simbolo dell’infinito e definito come ciò che esprime al massimo il movimento dell’anima. Anche nella modernità con La critica della facoltà di giudizio (1790) di Immanuel Kant – la stessa attività artistica viene contestualizzata nel paragrafo 43 sostanzialmente come “gioco” – e con Le lettere sull’educazione estetica dell’uomo (1795) di Friedrich Schiller, in particolare la lettera XXVII, l’uomo, il soggetto umano ritrovano proprio nel gioco la loro compiuta identità.

Nel ‘900 da Eugen Fink a Johann Huizinga a Roger Caillois, il gioco diventa un universale del comportamento umano, collocabile – come suggerisce acutamente nel recentissimo Paidià. Cenni per una filosofia dell’esistenza come gioco (Rapallo, il ramo 2012) il filosofo ed estetologo Alessandro Di Chiara – “tra sacro e profano” (p. 12). Da raffinato conoscitore di ‘classici’ quali Berdjaev, Martinetti, Pareyson e Caracciolo, Di Chiara individua nel gioco “un fenomeno esistenziale fondamentale” e, più in particolare, “il fine ontologico dell’antropologia che trova in se stesso l’origine dell’essere come apertura al divenire”. Entro quest’ottica peculiare, l’esperienza calcistica non può essere riducibile a una dimensione etica applicabile alla vita o a una particolare “fenomenologia laica del religioso”, ma diventa un’esplicita partecipazione all’atto creativo. Questo orizzonte speculativo chiarisce come il calcio sia un gioco di squadra che, rispetto alla pallacanestro o al rugby, si esalta nella eccezionalità del gol. Infatti, la partita di calcio veramente perfetta dovrebbe concludersi 0-0. Il gol può essere concepito alla stregua dell’Evento nella filosofia heideggeriana.

Complementare alla visione ontologico-speculativa di Di Chiara è quella autobiografica e letteraria dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano, del quale viene riproposta in una nuova edizione aggiornata Splendori e miserie del gioco del calcio (Sperling & Kupfer, Torino). Come non notare delle assonanze quando Galeano osserva a proposito del calcio: “il gioco del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo l’allegria della bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare” (p. 2). O quando, molto sottilmente, stabilisce un’analogia tra il gol e l’orgasmo: “il gol è l’orgasmo del calcio, il gol è sempre meno presente nella vita moderna” (p. 9). La stessa metafora erotica che Vladimir Jankélévitch utilizza per l’atto creativo della musica e che Martin Heidegger riconosce alla straordinarietà dell’Evento. Filosofia e letteratura finiscono quindi col coincidere sull’interpretazione del gioco del calcio.

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