“Ho prodotto il documentario di Daniele Vicari “La nave dolce”, non sapevo che il suo “Diaz” concorresse alla corsa per l’Oscar e ne sono veramente felice. Però mi dimetto dalla commissione giudicante perché è troppo facile tuonare i conflitti di interesse degli altri e ignorare il proprio”. L’impresa eccezionale è essere normale. Da ascoltatore di Dalla nelle notti al Centro Sperimentale ed ex rugbista ancora in mischia, il produttore di Paolo Sorrentino, Nicola Giuliano, sa che esistono le regole.

Così, a costo di recitare da eretico, nello stesso pomeriggio in cui l’Anica annuncia i 10 titoli che entro il 26 settembre saranno valutati dai suoi ex compagni di avventura, Giuliano improvvisa un terzo tempo anticipato e senza che nessuno glielo avesse chiesto, stringe la mano e se ne va. Rimangono stupore (applausi), la sensazione di qualche problema di gestione (Sorrentino era stato sostituito da Giuliano perché in piena, faticosa lavorazione de La grande bellezza, Paola Corvino da Francesco Bruni per un altro pseudo conflitto) e opere.

Con Diaz, Reality di Garrone, l’affresco carcerario dei Taviani, la concreta allucinazione di Bellocchio e con meno chance, il paradiso affollato di Verdone, Ozpetek, Di Matteo, Avati, Ciprì e il notevole Là-bas di Lombardi. Dieci piccoli indiani per un Oscar. Ne rimarrà in piedi uno solo, senza certezze di arrivare in America. La “semplice” nomination ci manca dal 2006 (La bestia nel cuore di Cristina Comencini), la statuetta addirittura da La vita è bella. Cecchi Gori e Benigni abbracciati a Los Angeles, 1999. Ora tocca a Mereghetti, Detassis, De Paolis e gli altri dirimere la matassa. Scegliere. Non solo dato estetico e intrinseco valore del film, ma esportabilità di temi, regie e visioni. Decidere se i 400 dell’Academy saranno scossi da violenza e arbitrio in una Genova stile Berkeley (Fragole e Sangue), dal dolore di Bellocchio, o dalla postumanità di Garrone sarà un tormento. Giuliano Nicola da Napoli, marziano a Roma, sarà altrove.

di Malcom Pagani e Federico Pontiggia

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2012

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