Sei una igienista dentale, sei giovane e carina, qualità senza le quali la femmina della specie ha ben poche chance di carriera ma, soprattutto, sei molto disponibile a monetizzare entrambe le fortune. Non hai mai fatto politica. Non sei particolarmente sveglia. Ma non importa. Ti offri, ti prendono, ti consumano, ti passano di mano e, a fine sfruttamento, ti promuovono capoclasse: sarai tu a organizzare le altre, a farle star buone, a segnalare le discole, a trovarne di fresche, a risolvere piccoli problemi con straniere psicolabili, chiacchierone telefoniche, tossiche ricattabili e minorenni cleptomani. Per questi e altri impagabili servigi vieni eletta d’ufficio alla Regione Lombardia, senza curriculum, senza esperienza e senza appartenenza (politica, quella personale c’è ed è di dominio pubblico). Dovresti indossare il doppiopetto sul push-up e imparare il mestiere. Invece no. Continui nella tua innocua pochezza, tanto sei raccomandata, protetta, blindata.

Non ti preoccupi troppo neppure quando il vento gira e un austero prof, sposato da secoli con una donna dell’altro tipo, sostituisce il tuo protettore nell’alta carica di presidente del Consiglio. Certo, ti tocca affrontare un processo, ma te la caverai, perché stai dalla parte di quelli che se la cavano sempre. È lì che sbagli, Minetti. Loro se la cavano sempre, tu no. E sai perché? Perché sei una donna e ti muovi nell’orbita del berlusconismo. Nel berlusconismo, nato ben prima del 1993 e destinato a sopravvivere al suo padre fondatore, la donna è funzione dell’uomo, non pari, non cittadina, non persona. L’uomo la sceglie, la usa a suo piacere, la scambia, ne fa mercato. Quando non gli serve più la sostituisce. Se si tratta di fatti privati, lo farà con discrezione. Se gli dà lustro esporla alla pubblica riprovazione, le allestirà una gogna e la coprirà di sputi.

È quello che sta succedendo a te, povera Minetti: prima hanno usato il consiglio regionale della Lombardia per premiarti, adesso usano il consiglio regionale della Lombardia per punirti. Prima cooptata e poi cacciata, due movimenti della stessa antica sinfonia maschilista, giustificati da una incrollabile certezza: tu, cara Nicole, non sei niente. Io ti ho messa all’onor del mondo, io ti disonoro e ti distruggo. Io, che tratto le istituzioni come se fossero una succursale del mio boudoir, e le donne come se fossero pedine da giocare in una partita fra uomini, io, che ho portato un intero Paese sull’orlo del fallimento e me ne frego, io voglio ricandidarmi a leader. Perciò: vado a cena con mia moglie, rimetto in waiting list il cucciolo Alfano, scarico, in gran pompa tutte le “Minette” che devo scaricare e poi, magari, mi prendo una donna come vice, come ticket, che fa tanto “paese civile”. La Santanchè che ormai è vecchiotta? La Todini o la Guidi che almeno sono di razza padrona? Una che è soltanto disponibile e carina no, in questo momento non posso, non fa abbastanza “segnale di discontinuità”. Così borbotta l’ex premier, fra sé e sé. Intanto tu, povera Minetti, fai le valigie. E Formigoni no.

Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2012

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