L’indecente manfrina di un partito incapace persino di discutere e votare – non dico approvare, ma almeno discutere e votare – un documento che affronti la questione del matrimonio tra omosessuali, mette definitivamente la parola fine a un assioma dimostratosi, nei fatti, fuorviante e sbagliato.

Il Pd non è un partito di sinistra. Il Pd non è un partito progressista. Il Pd non è un partito, in cui ci si dovrebbe confrontare e misurare. Il Pd è ormai partito, e chissà dove sta andando. Come la nostra pazienza di potenziali elettori, o di elettori delusi, nei suoi confronti: è partita, è andata via, non c’è più.

Peraltro, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, si rilegga l’allucinante intervista al nipote di Gianni Letta, misteriosamente salito a numero due del Pd in base a chissà quali meriti, secondo cui è meglio votare Berlusconi che Grillo.

Allora lasciamo Bersani e il suo gruppo dirigente alle deliranti ipotesi di accordi elettorali con gli eredi della peggiore tradizione clientelare democristiana, e proviamo a vedere se esiste davvero nello schieramento antiberlusconiano una forza politica o un movimento capace di incarnare sentimenti e pulsioni e sogni di un elettorato stanco di inciuci e pavidità. E sosteniamolo. Altrimenti il Paese tornerà proprietà privata del Cavaliere e delle sue ballerine di lap dance.

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