Stiamo tutti andando a caccia di un responsabile di questa crisi. La politica e la finanza sono giustamente sotto processo e ormai ai minimi storici quanto a credibilità. Altri ambiti stanno invece passando indenni. Penso per esempio al Fashion System. Mi chiedo: il settore moda è un altarino intoccabile o possiamo chiederci se c’è una corresponsabilità con l’attuale crisi? La mia risposta è sì, le responsabilità sono molte.

Il nostro debito ha iniziato a crescere negli anni ’80, e guardacaso anche le maggiori griffe hanno iniziato ad affermarsi in quegli anni. La loro ascesa è stata inarrestabile, proprio come il debito. Mentre fallivano una dopo l’altra le nostre industrie di confezioni, guidate da gente sobria e operosa, nasceva un colossale business legato sempre meno al prodotto (e al lavoro) e sempre più al valore del brand, con la complicità di banche che per decenni su quei brand hanno speculato. Miliardi di lire a disposizione per rilevare negozi in centro e avviare boutiques. Miliardi per show, sfilate, campagne pubblicitarie e ogni genere di sfizio dello stilista/star. La gara a chi era più “esclusivo” era a livelli per cui in certe boutiques selezionavano i clienti ed vietavano l’accesso a chi non era abbastanza titolato. Da Pitti in certi periodi dovevi essere raccomandato per comprare la merce!

Il Fashion System ha contribuito al trionfo della società dell’immagine, dell’effimero, al mito del lusso per tutti. Giornali e media hanno indotto le masse a pensare che una donna è indegna se non indossa una griffe o veste “alla moda”. Tutto ciò dirottava i consumi verso l’acquisto di beni futili, come in una ubriacatura collettiva. Nel sud c’erano famiglie povere disposte a indebitarsi per compare un capo griffato a un prezzo 200 volte superiore al suo valore reale.

Bene, tutto ciò ha prodotto ricchezza e aumentato il prestigio dell’Italia? In parte si: gli stilisti italiani sono arrivati a vestire le più grandi star di hollywood. Ma poi come sono stati utilizzati questi patrimoni? Forse nell’alimentare un moderno comparto industriale? Macchè: finanza, speculazioni immobiliari, squadre di calcio, società offshore, paradisi fiscali. Il lavoro e i prodotti sono sempre stati secondari, spesso realizzati da artigiani negli scantinati di Prato o Napoli come ha raccontato Saviano in un capitolo di Gomorra.

Poteva andare diversamente il settore? La mia risposta è si. Fino agli anni 70 il tessile era un comparto di vera eccellenza, il taglio dei nostri abiti seduceva i migliori ambienti in tutto il mondo. Avevamo una distribuzione d’avanguardia (penso ad aziende come Facis, Sartotecnica, Fuso d’Oro, La Tessile). Tutto un sistema che è stato schiacciato dalle grandi “griffe”. Peccato che quel modello oggi si è imposto a livello mondiale attraverso le grandi catene come Zara (spagnola) e H&M (svedese) a cui ormai ricorrono anche i nostri stilisti con collezioni a basso costo. Noi quel modello l’avevamo già negli anni ‘60, e se non fosse stato stravolto oggi saremmo i primi al mondo nella produzione del tessile, e non un popolo di fashion victims.

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