Oggi finisce la settimana nazionale della cultura e io ieri ero al Funerale della cultura di Viterbo, sia come rappresentante del Movimento Quinto Stato sia come semplice cittadino. Vedere centinaia e centinaia di persone sfilare per le strade di una cittadina di provincia, manifestando silenziosamente è stata una vera emozione. Soprattutto per chi conosce questa città e questa provincia, così difficili sul piano della promozione culturale. Quello che ho visto era un cordoglio allegro. Un misto di tristezza e di entusiasmo. Tristezza per la chiusura del Cinema Trieste, ennesimo luogo storico che se ne va. Entusiasmo per la reazione condivisa, per l’indignazione collettiva ritrovata, per il fatto che è possibile un fronte trasversale di persone che dica basta alle logiche di impoverimento culturale della città.

“Viterbo si è svegliata!” ha detto Marco Trulli, uno dei coordinatori. È vero. Viterbo può svegliarsi. Una città dormiente per troppo tempo. Troppo disabituata alla partecipazione cittadina e alla rivendicazione sociale, al punto che prima di ieri qualcuno aveva addirittura ipotizzato strambi dietrologismi (anticlericalismo, solito antagonismo di sinistra e cose del genere) nel tentativo di spiegarsi il perché di una semplice e sana protesta cittadina. La normalità di una reazione civile ad alcuni sembra ancora un evento anomalo manipolato: e questo la dice lunga sul sonno democratico.

Ma ieri hanno sfilato bambini, genitori, compagnie teatrali, insegnanti,associazioni culturali, provenienti anche dalla provincia. Nessun eversivo, nessun radicale, nessun mangiapreti ( ma poi esistono davvero?). Io ho visto molte persone che non si conoscevano e che si sono conosciute in piazza per condividere una indignazione. Incoraggiarsi. Incazzarsi. Sorridere. E con un solo obiettivo: difendere gli spazi culturali, difendere la cultura della propria città. Ma quale cultura? La cultura  come bene comune e non come privilegio o concessione dall’alto. La cultura quotidiana, quella che forma, le persone, che alfabetizza i cittadini alla musica, al teatro, al cinema, quella dei piccoli cineclub, delle compagnie teatrali amatoriali, dei laboratori per bambini. Che prepara il pubblico, che scopre i talenti. La cultura che prepara il gusto delle persone nella quotidianità, senza guardare all’estrazione sociale, alla nazionalità. La cultura del lavoro culturale silenzioso di operatori umili, assidui e appassionati. Che è l’altra faccia della cultura degli eventi e dei mega festival che troppo spesso servono a legittimare manovre politiche nazionali, che nascono da funamboliche cordate di sponsor, che prevedono il cittadino al massimo in forma di spettatore.

Quello che è successo ieri a Viterbo è della stessa natura di quello che è successo l’estate scorsa al Teatro Valle, poi a Napoli allo Spazio La Balena, e di recente a Palermo al Teatro Garibaldi. Lavoratori della conoscenza che vogliono riappropriarsi dei tradizionali spazi cittadini  per fare il proprio lavoro, per offrire ai ragazzi e non solo, la possibilità di trasmettere le proprie conoscenze, e ristabilire quel sano (e democratico) rapporto tra cittadini e intellettuali. Una città è viva se è degli artisti diceva qualcuno. Una città con teatri chiusi, con musei in degrado, con intellettuali che lavorano altrove come esuli, con sporadici eventi estivi, è una città che muore nei centri commerciali e nei multisala. Consegnando i propri cittadini all’abbrutimento. Per fortuna, da ieri, c’è tanta gente allegra e forte che dice: “ No, grazie. Noi Viterbo la vogliamo diversa, colta, allegra  e colorata”.

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