Spread in volo oltre quota 400 e borsa a picco con un -4,98% che riporta il Ftse Mib ai livelli di gennaio 2012. E’ iniziata con una mezza ecatombe la settimana corta di Piazza Affari che centra oggi il peggior risultato d’Europa. Un esito inaspettato, almeno nelle dimensioni, su cui pesano soprattutto gli andamenti dei bancari. Unicredit, sospesa per eccesso di ribasso, cede un teorico 8,1%. Nella medesima scia negativa anche Intesa Sanpaolo (-7.94%), Ubi banca (-6,49%) e Banco Popolare che chiude a -7.31%. Tra i titoli più scambiati vanno molto male anche Eni (-3,95%) ed Enel (-3,26%) mentre Fiat cede il 6,41%. Unico titolo in controtendenza nel paniere principale è Monte dei Paschi, che guadagna invece lo 0,28%.

Un martedì nero, insomma, che giunge al culmine di un’onda lunga di ribassi che condiziona da qualche tempo gli scambi azionari e che ha determinato i segni negativi delle piazze europee. Londra cede il 2,24%, Parigi perde il 3,08%, Francoforte il 2,49% e Madrid scivola del 2,96%. Male anche Wall Street nelle prime ore di contrattazione, con il Dow Jones e il Nasdaq entrambi negativi di circa un punto percentuale. L’indice Ftse Mib oggi ha chiuso oggi a 14.458 punti, in pratica il livello registrato lo scorso 9 gennaio, quando Piazza Affari aveva centrato i minimi del nuovo anno prima di avviare quella stagione dei grandi rialzi culminata con il raggiungimento di quota 17.100 lo scorso 19 marzo. Di lì in poi quasi solo ribassi, fino ai minimi odierni che, come detto, sono più o meno gli stessi di inizio anno. In sintesi: sono bastati circa 20 giorni per bruciare quasi tutto ciò che era stato faticosamente guadagnato in due mesi e mezzo.

Ma cosa alimenta la tendenza ribassista? Le interpretazioni, ovviamente, possono essere molteplici – importanti i dati deludenti sull’occupazione Usa di venerdì scorso e il rallentamento economico in Cina – ma, per il momento, gli analisti sembrano concentrarsi sulle rinnovate tensioni che condizionano il mercato del debito sovrano. E il grande timore, oggi, si chiama soprattutto Spagna. Madrid è in forte crisi, la recessione è in atto mentre la disoccupazione resta a livelli record. Secondo gli ultimi dati di Eurostat, il tasso dei senza lavoro in Spagna si attesta al 23,6%, il peggior risultato d’Europa, Grecia compresa. Madrid, e questo è noto, non è in grado di centrare gli obiettivi di deficit concordati in sede continentale (fissati per quest’anno al 3%) e viaggia di fatto in deroga verso un traguardo meno ambizioso (si parla del 5,3%). Proprio questo ridimensionamento ha creato un forte malumore in Mario Monti che, nelle scorse settimane, ha accusato Madrid di “non aver prestato alle finanze pubbliche la stessa attenzione dedicata alle riforme del mercato del lavoro”. Un monito, quello lanciato nella conferenza di Cernobbio, con il quale il premier ha voluto riportare d’attualità il tema del rischio contagio, un fenomeno paventato esplicitamente che diventa oggi sempre più preoccupante.

Per capire meglio l’impatto è utile osservare l’andamento tenuto nelle ultime tre settimane dal differenziale di rendimento dei titoli decennali. Il 19 marzo, con la borsa ai massimi del nuovo anno, lo spread Italia-Germania toccava i 278 punti, il livello più basso dal mese di agosto. Nello stesso giorno, il differenziale BerlinoMadrid si attestava a quota 314. In seguito soltanto risalite. Attorno alle 18 di oggi, il divario tra i Btp a dieci anni (che rendono il 5,66%) e i Bund si è piazzato a 404 punti contro i 430 che separano i decennali spagnoli da quelli tedeschi. L’analisi è intuitiva: in meno di un mese Italia e Spagna hanno visto i propri costi di rifinanziamento crescere in modo sostanzialmente identico. E’ l’esatto contrario dell’effetto decoupling, il famoso “sganciamento” che segnala la sostanziale impermeabilità di un’economia agli stimoli negativi esterni. L’effetto contagio, in altre parole, è ormai realtà.

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