Brian May sul palco dell'Ariston

Sì, è vero, lo scorso anno la prima parte della terza serata del Festival aveva raccolto 15milioni di telespettatori e il 50% di share. Ma, è bene ricordarlo, era stato il seratone di Roberto Benigni con la sua esegesi dell’inno di Mameli che aveva fatto venire i brividi a mezza Italia. Non c’è da lamentarsi troppo, dunque, per i 12.770.000 telespettatori (share 45,62%) della prima parte della serata di ieri. Il calo rispetto allo scorso anno c’è, ma c’è anche il recupero di ben 8 punti rispetto alla serata precedente e confrontando gli ascolti di giovedì con quelli di martedì (la Celentano night) il calo è “solo” di un milione e mezzo. E allora, freddi numeri a parte, il risultato è evidente: Sanremo può sopravvivere anche senza un’ora di sermone celentanesco.

Ieri sera, c’è da dirlo, gran parte dello spettacolo è stato merito degli ospiti internazionali, o almeno di alcuni di loro. La presenza sul palco di Brian May e Patti Smith, ad esempio, ci ha fatto dimenticare per qualche minuto le miserie dell’italica canzone e ci ha trasportati in una dimensione internazionale che, provinciali come siamo, ci è sembrata molto simile alla Statua della Libertà avvistata dagli emigranti sui bastimenti di inizio Novecento. La terra promessa della musica di qualità l’abbiamo giusto assaporata. Poi, nella Ellis Island dell’Ariston, ci hanno rispediti al mittente con la canzone della foca di Rocco Papaleo che ha letteralmente disintegrato l’atmosfera magica creata da Because the night di Patti Smith. E gli ascolti di ieri assumono un valore ancora più importante se si pensa che Celentano stava comodamente sbracato nella sua camera d’hotel e la farfallina di Belen era tornata ad animare la movida milanese, lontana dalla Riviera ligure.

Un festival normale, finalmente disintossicato dai rimasugli di prurigine tardoberlusconiana e dalle tossine del luogocomunismo celentaniano. Un festival che, pur nella noia mortale di un rito stantio e lontano dai reali gusti musicali e televisivi del XXI secolo, è ancora capace di vette inaspettate e sorprendenti, di momenti di intensità da conservare nella videoteca dei ricordi. Impressioni di settembre cantata dai Marlene Kuntz e Patti Smith ci ha ricordato che la musica italiana non è solo Gigi D’Alessio o gli Amici degli Amici di Maria, che il gusto tricolore non è per forza destinato al tracollo, che si possono attirare quasi tredici milioni di italiani con Al Jarreau, Sarah Jane Morris, Brian May e José Feliciano, che si può sopravvivere anche senza interminabili polemiche. Oggi tornerà sul palco dell’Ariston Adriano Celentano e sicuramente farà arrabbiare di nuovo Lorenza Lei, i vicedirettori generali, le truppe cammellate che vegliano sull’ortodossia pelosa di viale Mazzini. Ma la cosa non ci farà piacere, perché di predicatori nel deserto, populisti d’accatto, demagoghi di terz’ordine, ne abbiamo avuti troppi negli ultimi vent’anni. E ne facciamo volentieri a meno, anche se qualche volta dicono cose che condividiamo. Più Patti Smith, meno Celentano. Più Brian May, meno Belen. Perché persino Sanremo, se solo lo volessimo, potrebbe diventare un prodotto di qualità.

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