Non sorprende la reazione del regime di Damasco al piano uscito dal vertice della Lega Araba al Cairo. Quella che sorprende, invece, è la reazione “dialogante” arrivata dal Cremlino. Il regime siriano ha respinto “categoricamente” la risoluzione che ha chiuso il vertice cairota del fine settimana.

Yusuf Ahmed, rappresentante della Siria nella Lega, ha detto che il testo «riflette l’isteria di questi governi», riferendosi agli altri paesi della Lega e in particolare quelli del Golfo, che la Siria – non a torto – accusa di non aver alcuna “credenziale” per sollecitare riforme democratiche in altri paesi, quando sono alle prese con la repressione, per quanto non sulla scala siriana, nei propri territori. La risoluzione della Lega Araba, prevede la sospensione di qualsiasi collaborazione diplomatica con la Siria e chiede all’Onu di organizzare una forza internazionale di “peacekeeping”: appena un gradino prima della richiesta di un vero e proprio intervento armato, ma decisamente sopra la semplice missione di “osservatori” che i paesi arabi avevano ufficialmente in agenda.

L’Unione europea ha benedetto il piano, definendolo “audace” anche se mancano molti punti da chiarire a partire dai tempi di applicazione e soprattutto se sarà possibile applicarlo in qualche modo senza il consenso di Damasco. Diversa, invece, la reazione della Russia. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov pochi giorni fa era stato a Damasco per incontrare Assad. La Russia, ha detto Lavrov al termine di un incontro a Mosca con il suo omologo degli Emirati Arabi Uniti, «è pronta a prendere in esame il piano della Lega Araba». Le condizioni di fondo, però, rimangono quelle che Mosca ha ripetuto nelle ultime settimane: «Un ampio dialogo inter-siriano e la collaborazione di tutte le parti, nell’interesse di tutti i siriani e senza interferenze dall’esterno». Un appoggio un po’ più tiepido dunque, di quello che, secondo il segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, Lavrov stesso aveva mandato in una comunicazione personale. Il Consiglio nazionale siriano, inoltre, aveva sperato che dal vertice cairota arrivasse anche il riconoscimento del principale gruppo dell’opposizione come legittimo interlocutore politico.

Il vertice arabo, invece, si è limitato a incoraggiare l’appoggio al Cns, sia politico che finanziario, ma ha scaricato il barile della responsabilità del riconoscimento politico sulle spalle di ciascun singolo governo, senza prendere posizione in quanto corpo collettivo. Tra le reazioni europee, quella del ministro degli esteri italiano Giulio Terzi di Sant’Agata che ha detto che «l’Italia condivide l’urgenza di fermare ogni tipo di violenza e a questo scopo appoggia la proposta di una forza di peacekeeping congiunta dell’Onu e della Lega Araba per assicurarsi che il cessate il fuoco sia rispettato». Terzi ha aggiunto anche che la speranza della Farnesina è che «su questo punto sia possibile raggiungere il più ampio consenso internazionale». Dopo il vertice cairota, quindi, la palla torna nel campo delle Nazioni Unite, che entro breve giro dovrebbero decidere una nuova sessione del Consiglio di sicurezza dedicata all’esame della situazione in Siria. Intanto, sono le diplomazie arabe a fare pressing su Russia e Cina per evitare un nuovo ricorso al potere di veto. E mentre la Tunisia si prepara a ospitare un incontro internazionale di «Amici della Siria», per il 24 febbraio, sul campo, intanto, la situazione non migliora, anzi.

I carri armati e l’artiglieria dell’esercito regolare siriano continuano a bersagliare Homs, dove in alcuni quartieri, secondo quanto riferiscono i gruppi dell’opposizione siriana, sono iniziati i rastrellamenti e gli arresti di massa di presunti oppositori e di miliziani del Free Syria Army e di altri gruppi armati. Secondo le opposizioni, dall’inizio dell’offensiva contro la città simbolo della ribellione anti-Assad, lo scorso 4 febbraio, i morti sono stati almeno 300. Un numero difficile da verificare. Azioni dell’esercito regolare, infine, sono in corso anche in altre zone del paese, da Hama fino a Idlib, nel nord, verso il confine con la Turchia, dove nei giorni scorsi 11 soldati sono stati uccisi in un’imboscata di miliziani del Free Syria Army.

di Joseph Zarlingo

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