Quel giorno, 11 febbraio 2012, resterà certamente come il segno di un prima e di un dopo. Sappiamo qual’è il prima e sappiamo il senso di sollievo, addirittura ostentato, del presidente americano Obama. Arriva l’Italia e non è Berlusconi. È Monti.

Vuol dire che ci si incontra fra persone preparate, vuol dire che le persone sono psichicamente normali e professionalmente competenti, nei due sensi del mestiere che fanno e dell’ incarico politico che rivestono. Vuol dire che si possono ascoltare con attenzione cose vere, progetti realistici e dati che sono certi e verificati.

Non c’è ipocrisia nella ritualità americana. Dunque la copertina di Time non è nè un favore nè un tentativo di provocare simpatia. Come dimostrano in modo chiaro, esplicito, ripetuto, le parole di Obama, gli Stati Uniti e il loro leader vogliono dire senza giri d parole: si sentono liberati dall’incubo, durato così a lungo, di una visita ufficiale italiana, dal tempo perduto, dal circo che occupa tutto lo spazio, dalle ridicole conferenze stampa in cui si parla esclusivamente dei nemici italiani, di oscure vicende giudiziarie italiane e di incomprensbili rivendicazioni di successi internazionali.

È vero, Berlusconi, ai tempi del peggior presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha parlato al Congresso di Washington. Coloro che erano in quel Parlamento allora non hanno ancora dimenticato né l’evento né l’imbarazzo. Tutto ciò spiega il vero scatto d’entusiasmo che, a tanti livelli, l’America ha voluto tributare alla visita dell’uomo che non è Berlusconi.

Come può una persuasione che che era chiaramente scritta e detta nella stampa americana, nella opinione pubblica e nella vita politica (a cominciare da ambasciatori che non si sono fatti vedere e sentire finchè Berlusconi ha rappresentato l’Italia) come può una simile persuasione essere andata perduta da tanti colleghi giornalisti italiani, da tanti direttori di giornali, da tanti conduttori di ” trasmissioni di approfondimento”, da tanti leader di partiti di opposizione che restavano gentilmente pieghevoli di fronte alla “emergenza governo ” che ha sconvolto l’Italia per tutti gli anni di Berlusconi primo ministro?

Naturalmente Monti ha portato a Wahington molto di più del non essere Berlusconi. Ma persino le qualità personali e professionali sono apparse nel grande quadro di un miracolo che forse era ormai dato per impossibile: “Fa che non sia Berlusconi”. Direte: ma Obama lo sapeva, e sapeva bene chi è Monti. Certo. Ma toccare con mano e scoprire che davvero l’Italia non ha più rapporti con la finzione imbrogliona e bugiarda di un governo che non c’è, è qualcosa che è impossibile non celebrare persino con un di più di enfasi, rispetto a importanti ma normali eventi professionali di questo tipo.

L’incontro Monti-Obama avrebbe dovuto durare mezz’ora, secondo il protocollo, ed è durato un’ora. Probabilmente la prima mezz’ora è stata dedicata, come mi è sembrato inevitabile dire, alla constatazione e alla celebrazione. Ma nella seconda parte l’incontro ha preso un’impennata imprevista, che era stata anticipata quasi profeticamente dalla copertina di Time: “Può quest’uomo salvare l’Europa?” Tutto lascia credere che Obama si sia posto la stessa domanda. Anzi, l’abbia raccolta e trasformata in affermazione senza punto interrogativo.

E qui emerge un aspetto inedito della storia contemporanea americana. Il presidente degli Stati Uniti chiede aiuto. Non collaborazione. Non coalizione di volonterosi, non “ciascuno faccia la sua parte”. No, una volta sicuro di avere a che fare con una persona di cui ci si può fidare, e che, per giunta, è un professional del misterioso regno dell’economia, dove nessuno sa dire dove e come comincia una “crisi”, dove e come finisce, Barack Obama, quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, ha chiesto aiuto per salvare l’Europa. Ovvero per mettere al sicuro l’America dal disastro che frantumerebbe il suo Paese come in un fanta-film, se l’Europa cominciasse a cadere anche solo in un punto.

Qui emergono alcune verità interessanti. La prima è che Obama non soffre della materna ottusità di Angela Merkel che crede che basti, come via di salvezza, tenere al caldo i suoi figli. La seconda è che la solitudine di Obama è grande. Ha visto giusto se pensa che di Monti ci si può fidare, ma certo non si sente al centro e a capo di un gruppo di pronto intervento politico ed economico d cui ti immagini che gli Usa siano dotati, come di quelle truppe speciali da usare in caso di terrorismo. Obama, accanto a Monti, ha dato l’impressione di non sentirsi protetto dai suoi esperti e di non avere grande fiducia negli altri leader europei.

È vero, a noi appaiono giganti, quei leader europei, perchè sono normali, educati, laboriosi, onesti nelle relazioni con i loro cittadini e non sono Berlusconi. Obama prende atto con sollievo. Ma ha riflettuto: non si salva il mondo con personaggini litigiosi e semi-esperti che per giunta sono tormentati dalle loro elezioni. Anche Obama è inseguito dal fantasma elettorale. Ma qui emerge una delle differenze che consegneranno alla Storia Obama come leader diverso. Invece di ritirarsi a pensare a se stesso, calibrando tutto sul “ma a me giova?”, tipo Merkel e Sarkozy, Obama si sta domandando in pubblico chi potrebbe aiutarlo a fare un lavoro che va fatto adesso e subito, o la va o la spacca.

Dunque qualcosa di eccezionale, è avvenuto in questo incontro di Mario Monti con Barack Obama. Qualcosa che non era mai accaduto, e che cambierà molte cose. A cominciare dal rapporto (è giusto dire “legame”) Europa-America.

Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2012

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