Il giudizio sull’operato dei primi cento giorni di Draghi alla Bce va inserito – mi si perdoni l’espressione da sociologia sessantottina – in un contesto più vasto.
Sulla scia della personalizzazione di ruoli e politiche operata dai media, molti credono che il Presidente della Bce goda dei poteri vasti, pervasivi e diretti, che ne farebbero un potenziale Deus ex machina nella tragedia di Eurolandia. In realtà più che un decision maker la sua vera funzione è quella, incommensurabilmente più ardua, di decision broker. In sostanza, i Trattati e lo Statuto della Bce fanno del suo Presidente un mediatore che passa molto del suo tempo a sondare pareri, catturare umori e smussare idiosincrasie piuttosto che ad analizzare e comandare come un vero leader. La sua influenza deriva quindi non tanto dall’assetto istituzionale, che ne fa un primum inter pares, quanto dalla capacità di influenza e persuasione sui vari scacchieri dove si gioca la partita della sopravvivenza dell’euro e sui cerchi concentrici decisionali (bance centrali nazionali, governi, Commissione Europea, G 20) in cui si dipana l’azione della banca centrale. Insomma per usare il gergo à la page il ruolo di presidente della Bce difetta di hard power ed è intriso al massimo di soft power.

Come se non bastasse tra il crepuscolo di Jean-Claude Trichet e l’alba di Draghi si è definitivamente sconquassato l’assetto istituzionale concepito nel Trattato di Maastricht e poi cementato nel Patto di Stabilità. Il rigore fiscale che ne costituiva l’architrave fu prima indebolito dalle troppe eccezioni sul livello del debito pubblico (Italia in primis) nella fase dell’accessione e poi definitivamente sabotato dalle decisioni di Chirac e Schroeder di transigere anche sullo sforamento dei deficit pubblici per mediocri calcoli di politica interna. Quando si inizia ad annacquare le regole si finsce sempre con la casa inondata. Ora il fantasma maledetto ed inquieto di quelle regole vaga senza pace nelle cancellerie e nei vertici inconcludenti: si fa pubblica virtù di un Trattato ormai sepolto dalle ortiche senza aver deciso minimamente con cosa sostituirlo, a parte un fiscal compact che sembra un Patto di Stabilità con sterodi ma che di fatto ne eredita tutte le debolezze e le contraddizioni. Insomma Draghi si è trovato a fronteggiare ancor prima di insediarsi nell’Eurotower non solo una crisi fiscale e finanziaria senza precedenti, con l’Italia già in terapia intensiva e di fatto senza governo, ma soprattutto una crisi istituzionale della Bce dopo il crollo dell’assetto per il quale era stata pensata e nel mezzo di una battaglia politica durissima per deciderne il futuro.

Di fatto l’era Draghi inizia anche prima del suo arrivo a Francoforte con la ormai famosa (e dimenticata) lettera a Berlusconi e Tremonti per tamponare una bancarotta dell’Italia che avrebbe fatto implodere l’euro e con esso l’intera finanza mondiale. Una volta nella pienezza dei poteri Draghi ha spinto per una timida riduzione del tasso di interesse (ma il consenso nel Consiglio Direttivo non permetteva di spingersi oltre) che tuttavia ha dato un segnale di speranza ai mercati rinforzato con il secondo taglio a dicembre. Ma in fondo questi sono dettagli perché ormai la politica monetaria convenzionale ha perso trazione. Il meccanismo di trasmissione dei tassi dalla Bce all’economia reale giaceva a pezzi insieme ai resti del sistema bancario (in bilico tra illiquidità ed insolvenza). In questo quadro è stata concepita la vera, inaspettata e decisiva mossa, vale a dire l’operazione di rifinanziamento senza condizioni a tre anni di tutte le banche dell’Eurozona per quasi mezzo trilione di euro. La Madre delle Operazioni di Liquidità, che verrà replicata a fine mese per chi ancora non fosse sazio, ha tamponato la spirale di sfiducia che stava di nuovo portando al collasso del mercato interbancario. É questo il motivo principale della riduzione degli spread sui Bund che ha dato fiato ai mercati.

L’ultima tegola in ordine di tempo a cadere nel bel mezzo della sala del Consiglio Direttivo al 33 mo piano dell’Eurotower è la partecipazione alle perdite sulla bancarotta della Grecia. La Bce è il maggior creditore del governo greco, ruolo che ha assunto suo malgrado per tenere insieme le assi sconnesse della baracca levantina. Indiscrezioni dicono che Draghi ancora non abbia preso una posizione in quest’altra alternativa del diavolo. É probabile che in queste ore sia impegnato nel giro di telefonate e nelle mediazioni che il suo ruolo impongono. In definitiva, date le circostanze Draghi e la Bce hanno fatto il possibile finora per evitare il peggio. Ma la soluzione della crisi non può venire dall’Eurotower. Eurolandia ha perso competitività, dinamismo, capacità tecnologica, ed è solo agendo su queste variabili che si potrà, con tempi lunghi, venir fuori dalle secche (o dagli scogli). La Bce sta per esaurire le munizioni. E nei miracoli è meglio non sperare.

Il Fatto Quotidiano, 9 Febbraio 2012

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