La Grecia soffre, costretta a subire una violenza economica che ormai va molto oltre le sue colpe. I politici greci hanno fatto troppi debiti. Le banche francesi e tedesche hanno prestato soldi con troppa leggerezza. Si può discutere se – in casi come questo –  è giusto o meno condividere le responsabilità e le perdite.  Ma resta il fatto che, se uno i soldi non ce li ha, non li può restituire.

Che farebbe un paese disastrato “normale”? Come l’Argentina nel 2001, o l’Islanda nel 2008, farebbe un default parziale: una ristrutturazione del debito. Poi svaluterebbe il cambio di almeno il 20%, assieme ad altre manovre per rilanciare la crescita e bloccare l’inflazione. E ripartirebbe. Tre anni dopo, in piena ripresa, comincerebbe a restituire i debiti residui.

Ma la Grecia non è un paese normale. Ha l’Euro, non può svalutare. Rischia di contagiare altri paesi dell’Eurozona, non può ristrutturare il debito. (Perché il rischio di contagio? La BCE è l’unica banca centrale al mondo che si dichiara disinteressata alla stabilità finanziaria dei debitori sovrani: il ché richiama orde di speculatori, che amplificano le onde d’urto). Infine, la Grecia non vuole litigare con i “partners” Europei. Perciò ha accettato il loro aiuto e le loro “condizioni”. Da due anni, l’Europa detta la politica economica del paese. I risultati sono noti: recessione continua e senza fine, disoccupazione al 18% e in crescita. E i soldi recuperabili dai creditori sono diminuiti vistosamente.

La tragedia greca degli ultimi due anni nasce da politiche sbagliate? Lo scrivevo già nel 2010. Ma nell’Ottobre 2011, proprio mentre stavo per cambiare opinione, questa è diventata la tesi ufficiale dell’Europa: scusate, ci siamo sbagliati. Ora penso invece che c’è qualcosa di sadico in questa vicenda. Ma ammettiamo che l’Europa abbia sbagliato in buona fede. Vorrei porre qualche domanda.

Primo: come mai chi ha sbagliato è ancora lì a dettare alla Grecia quello che deve o non deve fare? Non sarebbe meglio sostituirli, con quelli che nel 2010 invocavano politiche diverse? Secondo: in cosa le politiche attuali (Austerità e Riforme Strutturali in Grecia e in Europa) divergono da quelle fin qui seguite? Terzo: la BCE ha comprato sui mercati titoli pubblici della Grecia che valgono 100 pagandoli in media 70. Ora, mentre i principali creditori cercano un accordo (anche nel proprio interesse) per ristrutturare il debito, la BCE si chiama fuori, pretende 100, e non accetta di ridurre i suoi crediti a 70? Vuole fare un profitto: speculare sulla tragedia. Anche questo sta scritto nel suo famoso Statuto?

Quarto: l’Italia è azionista della BCE e dell’Europa. Ha sborsato parecchi miliardi per la Grecia. Ha interesse a risollevarla: per evitare contagi; per recuperare almeno parte dei soldi prestati. Il governo italiano non ha niente da dire su quello che sta avvenendo? Ha proposto nuove strategie, basate sul rilancio della domanda e del PIL? Oppure, chi tace acconsente?

Di fronte a tanta gratuita sofferenza, noi coeredi della più grande civiltà dell’antichità, paese fondatore dell’Europa, portatori di un’ispirazione di solidarietà europea, con il nostro silenzio sulla Grecia stiamo perdendo la nostra anima. Perciò diciamo: “Amici greci, siamo al corrente delle vostre sofferenze, vi siamo vicini, e chiederemo al nostro Parlamento e al nostro governo di attenuare la pressione dei creditori su di voi”. Qualche europeista di Varese dovrebbe ricordare che l’Europa non si costruisce sulla sopraffazione e l’odio fra i popoli, a una Signora di Amburgo beneficiata due volte – prima nel 1948, poi nel 1990 – dalla solidarietà europea.