Mi ricordo quando c’era B. Non passava giorno che non me ne venisse in mente una: l’illegalità continuata; l’impunità spacciata per condizione necessaria per ogni statista, categoria cui lui, con incredibile faccia di tolla, sosteneva di appartenere; l’abolizione delle intercettazioni e dell’informazione contrabbandata per doverosa difesa della privacy; il processo breve e il processo lungo come presupposti di tutela del sacrosanto diritto di difesa e insieme di una giustizia efficiente; e le decine di altre cazzate recitate da lui e dai suoi sicofanti. E spesso, di fronte a questa critica senza se e senza ma, a questo disprezzo costante con cui accoglievo ogni iniziativa o esternazione di B & C, mi chiedevo: “Ma non sarà che sono prevenuto? Possibile che non ci sia qualcosa, anche piccola, che non sia vergognosa, illegale, tragica per il paese?”. E ogni volta mi rispondevo: “No, non c’è. Semplicemente sono obiettivo. Si tratta di delinquenti impuniti”. Poi è arrivato il governo dei tecnici; e io ho capito che era vero, che ero stato obiettivo. Perché nei confronti di Monti e dei suoi professori ho assentito (molto) e dissentito (poco). Che abbia avuto ragione o torto nei miei giudizi, non ho avuto pregiudizialmente amici o nemici. Li ho giudicati per come mi sembrava giusto. Dovrebbe essere ovvio; e invece così non è.

Lo si è visto nelle reazioni alle dichiarazioni di Grillo e della ministra Cancellieri quanto alla cittadinanza per i figli di immigrati che nascono in Italia. “Non è una priorità”, ha detto Grillo; “Non può essere una cosa automatica” ha detto Cancellieri. E si è scatenato l’attacco: incivili, razzisti, non solidali, leghisti; insomma tutto l’arsenale a suo tempo riservato al Pdl e alla Lega. Come se fosse necessario trovare a tutti i costi qualcosa su cui dissentire, qualcosa per poter sparare, finito B., su qualcun altro. Come se fosse necessario avere un nemico per esistere. Intendiamoci: critiche al governo Monti se ne possono fare molte, dalle liberalizzazioni timide alla mancata patrimoniale; e se poi regalassero le frequenze… Ma qui veramente c’era poco da criticare.

Nessuno può negare che, al momento, l’Italia ha una sola priorità: i soldi. Dobbiamo garantirci la sicurezza economica: pagare gli stipendi, disporre di risorse per la crescita, accumulare risparmio per pagare i debiti, assicurare ai cittadini cibo, istruzione, sanità. Niente è più importante di questo. Nemmeno la giustizia, massacrata da B & C (e, se è per questo, anche dalla cosiddetta opposizione quando era maggioranza). E siccome una parte importante del Parlamento sarebbe felicissima di far cadere il governo su questo problema (solo perché sarebbe certa di guadagnarsi sufficiente consenso alla conseguenti elezioni da parte dei razzisti che si sono bevuti tutte le panzane di B & C in tema di immigrazione e sicurezza), è ovvio che, fino a quando non siano stati trovati soldi in quantità sufficiente, di altro non si parla. Non si deve parlare. Questo ha detto Grillo. E non capisco cosa ci sia da dissentire.

Quanto al ministro Cancellieri. Ma qualcuno ha letto le sue dichiarazioni? O si è fermato alla prima frase in modo da poterla accusare (e con lei il governo di cui fa parte, questo è l’obiettivo reale) di disumanità, leghismo e nequizie varie? Cancellieri ha detto che sì, si può concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia; ma ad alcune condizioni. I genitori devono essere persone che hanno una residenza stabile in Italia, un lavoro, un reddito su cui pagare le imposte; i loro figli debbono frequentare le scuole italiane, prepararsi a vivere nel nostro paese e contribuire al suo sviluppo economico e culturale; debbono essere insomma integrati nel nostro sistema-paese. A queste condizioni è ovvio che una cittadinanza riconosciuta ius soli (perché sono nati in Italia) non è solo possibile, è doverosa. Ma solo a queste condizioni.

E che c’è di sbagliato? Anche perché i critici di Grillo e di Cancellieri non hanno nemmeno pensato a quello che succederebbe se l’Italia riconoscesse la cittadinanza a chiunque fosse nato nel suo territorio. Aerei charter, treni, pullman, navi intere scaricherebbero signore incinte all’ottavo mese che, con pieno diritto (turiste sono) partorirebbero i loro bambini nei nostri ospedali e cliniche per poi tornarsene a casa (forse) con il loro piccolo cittadino italiano. Il che, dal loro punto di vista, e nonostante il precario stato economico del nostro paese, è sempre meglio che essere cittadino congolese o somalo. Il numero dei cittadini italiani nel mondo in breve raddoppierebbe o triplicherebbe. Consolati e ambasciate sarebbero sommersi di lavoro, dei tribunali non parliamo proprio; e, peggio di tutto, milioni di persone avrebbero diritto a un’assistenza sanitaria che però sosterrebbero poco o nulla (sempre povera gente sarebbe) con le imposte.

Se si volesse essere cinici fino in fondo, si potrebbe anche pensare a un bel business (veramente la Lega un’idea del genere l’aveva già avuta; ma guarda come gli estremi si toccano): l’Italia concede la sua cittadinanza, ma richiede un “rimborso spese”; che so, da 500 a 1. 000 euro. Di questi tempi anche pochi soldi fanno comodo. A parte gli scherzi, ma vi rendete conto dove si va a finire con la droga del nemico a tutti i costi?

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2012

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