Sono 7 pensionati della provincia di Bologna che vivono nell’alta valle del Reno. Da Castel di Casio, Silla di Gaggio Montano e Porretta Terme erano partiti imbarcandosi il 7 gennaio a Savona sulla Costa Concordia per una crociera di 7 giorni nel Mediterraneo. Ed erano tra i 4.229 passeggeri naufragati il 13 gennaio scorso, vigilia del rientro, al largo dell’Isola del Giglio, evento che è costato la vita a 17 persone mentre 15 rimangono ancora disperse.

Sopravvissuti alla sciagura, i bolognesi qualche giorno più tardi si sono rivolti a un avvocato, Michelina Suriano, per denunciare che personale di bordo ha respinto più volte una parte di loro mentre tentava di trovare posto sulle scialuppe di salvataggio favorendo – in base a quanto hanno dicharato al loro legale – propri colleghi. Una volta stesa la querela, Suriano si è presentata il 28 gennaio ai carabinieri di Bologna per inoltrarla e, ricevuta dalla procura cittadina, è già stata inviata ai magistrati di Grosseto, che indagano sui fatti di venti giorni fa.

Questi gli eventi. Al momento dell’incidente i bolognesi, partiti come gruppo di un viaggio organizzato da un’agenzia di Porretta Terme, si trovavano nel teatro. Nella concitazione dei momenti iniziali hanno ignorato l’invito diffuso a bordo di rientrare nelle proprie cabine. “E hanno fatto bene”, commenta l’avvocato Michelina Suriano, “perché altrimenti si sarebbero condannati a morte”. Così gli emiliani, 4 donne e 3 uomini che sono nati in anni che vanno del 1934 al 1949, si sono divisi: 5 di loro sono andati a poppa, verso il ponte 7, mentre altri 2 dalla parte opposta, in direzione del ponte 4. L’accordo tra loro era di avvertirsi reciprocamente se avessero trovato scialuppe disponibili a prenderli a bordo.

Le trovano i 2 sul ponte 4 i quali, tuttavia, si accorgono subito che lì potrebbero non riuscire a imbarcarsi. Intanto vige uno stato di confusione generale nelle operazioni di abbandono della nave che rende tutt’altro che chiare le procedure di evacuazione, elemento che si accorda a quanto già dichiarato da altri passeggeri subito dopo lo sbarco. Ma il punto più grave sarebbe un altro. Quando i passeggeri si avvicinano alle scialuppe, “per 3 volte e per 3 rispettive uscite ci siamo visti respingere con forza dal personale della Concordia, di probabile nazionalità asiatica, posto all’ingresso delle scialuppe, per cedere il posto ad altri appartenenti all’equipaggio”.

Passeggeri rimandati indietro, insomma, con saracinesche che venivano abbassate e scuse che recitavano grosso modo “qui non c’è più posto”. Falso, sostengono i bolognesi, che affermano che le imbarcazioni erano libere e che sarebbero state a disposizione del personale di bordo, aiutato dai colleghi già saliti. Insomma, in base alla denuncia inoltrata ai carabinieri, per avere un posto sarebbe stato sufficiente vestire una divisa della compagnia, che si fosse cuochi, inservienti o camerieri. Per velocizzare le operazioni di recupero dei lavoratori della navi, inoltre, chi già era dentro avrebbe afferrato i colleghi “prendendoli per il braccio e permettevano loro di passare nonostante fra i passeggeri in attesa ci fossero bambini, donne e anziani”.

Già i magistrati di Bologna, che hanno potuto visionarla per primi dopo la trasmissione dei carabinieri, reputano la querela di particolare rilevanza. Essendo però incompetenti per questioni di territorio, appena ricevuta, l’hanno inviata alla procura di Grosseto, a cui spetterà il compito di formulare ipotesi di reato. Nel documento redatto dall’avvocato emiliano, infatti, non si fa cenno a eventuali capi d’imputazione richiamati dalla condotta attribuita al personale Costa Concordia, ma viene presentato il solo racconto dei bolognesi che erano a bordo.

“Un volta che i magistrati toscani avranno ricevuto la nostra denuncia”, afferma ancora l’avvocato Suriano, “occorrerà attendere per vedere se verrà iscritta come un’indagine a sé o se verrà inserita nella mega -inchiesta che si sta già conducendo”. Intanto i 7 bolognesi, una volta giunti in salvo, sono stati visitati e sono stati diagnosticati loro contusioni a causa delle cadute subite e disturbi cardiaci e di pressione. Al momento sono ancora sotto cure mediche anche per stati d’ansia e problemi del sonno.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Il posto fisso ha rotto. E anche la neve

next
Articolo Successivo

Uno bianca, Occhipinti dopo
la semilibertà già al lavoro in una cooperativa sociale

next