Il Mozambico, un paese grande due volte e mezzo l’Italia e con una popolazione di 23,4 milioni di abitanti contro gli oltre 60 milioni dell’Italia, dagli inizi del 1500 è stato sotto la dominazione portoghese e dopo la II Guerra Mondiale è diventato ufficialmente colonia d’oltremare. Nel 1962 vari gruppi di liberazione si uniscono nel Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo) e due anni dopo iniziano la lotta armata, sostenuta dalla Cina, dall’Unione Sovietica e dai paesi scandinavi. L’indipendenza viene raggiunta il 25 giugno 1975. Lasciando il paese i portoghesi causano, come è successo in altri paesi africani e asiatici decolonizzati, una situazione molto difficile, senza una classe dirigente locale preparata e pronta a prendere in mano le redini dell’economia e del governo e senza una burocrazia efficiente. Nel 1977 la Frelimo diventa un partito politico marxista. Con il generale rivoluzionario Samora Machel, che diventerà il primo presidente del Mozambico libero, il paese si allinea politicamente all’Unione Sovietica e appoggia il movimento antiapartheid sudafricano dell’African National Congress.

La politica del Frelimo gli costa l’ostilità dei governi bianchi di Rodhesia e Sudafrica e del governo degli Stati Uniti, timoroso di derive africane comuniste. Questi paesi cominciano a finanziare il movimento di resistenza armato anti comunista, la Resistência Nacional Moçambicana (Renamo), tutt’ora partito di opposizione nell’Assemblea della Repubblica, il parlamento unicamerale che al momento vede rappresentati solo tre partiti, il Frelimo, il Renamo e il Movimento democratico del Mozambico. Subito dopo l’indipendenza, e dopo una serie di attacchi ai trasporti, alle scuole e ai presidi medici sferrati dalla Renamo, il paese cade in una sanguinosa guerra civile durata oltre 15 anni. Termina con gli accordi di pace di Roma del 1992 fra Frelimo e Renamo, mediati dal governo italiano e dalla Comunità di Sant’Egidio. Ancora adesso in molte case e centri culturali, come quello Franco-mozambicano di Maputo, vicinissimo a Piazza dell’Indipendenza, troneggiano sedie e poltrone fatte con granate, proiettili, pezzi di fucili mitragliatori rimasti dopo la guerra civile.

E proprio a Piazza dell’Indipendenza mi fermo a guardare l’orgoglio di Maputo, la statua più grande dell’Africa, una rappresentazione in bronzo di 9 metri messa su un piedistallo di quasi 3 in puro stile realismo socialista di Samora Machel, morto nel 1986 in un misterioso incidente aereo a cui si dice che non sia stato estraneo l’apporto del Sudafrica. Vengo avvicinata da Joao, uno studente 23enne di scienze politiche che mi dice che ogni giorno viene “a venerare” la sua statua, perché rappresenta la fine della dipendenza. Obbietto che esistono anche altre forme di dipendenza, come quella economica o finanziaria. Il Mozambico, per esempio, permette ai cinesi di venire in massa per costruire cantieri e infrastrutture, talvolta non fatte a regola d’arte, come il nuovo stadio di calcio, in cui la pista di atletica era inizialmente fuori misura e alla cui cerimonia di apertura molti sedili si sono rotti. Gli dico che probabilmente la Cina non lo fa per beneficenza. Mi risponde che la grande Cina comunista ha un programma di cooperazione con il Mozambico e presta soldi a tasso zero. E che ne pensa Joao delle file di camion stracolmi di tronchi d’albero che vanno verso il porto di Nacala, proteso sull’Oceano Indiano, in barba alle leggi che prevedono una tassa del 20% sul disboscamento a favore del riforestamento comunitario? Mi risponde che preferisce i cinesi agli europei, che hanno schiavizzato il Mozambico per secoli.

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