Mo’ questo me lo cucino io. Così parlò Claudio Lotito, noto intellettuale del Ventunesimo secolo, insultando e minacciando Alberto Abbate (collaboratore di Repubblica) durante la conferenza stampa di giovedì a Formello. Il presidente della Lazio ha anche aggiunto “pubblicista di m…”, giusto per sottolineare quanto conosca lo statuto dell’Albo dei giornalisti, e “analfabeta”: una carezza, perché farsi dire analfabeta da Lotito è un po ’ come sentirsi dare del “latitante” da Lavitola.

L’aggressione ad Abbate, con tanto di allontanamento per mano solerte dei soliti sgherri, è stato dai più derubricato come fatto marginale. Come ennesima smargiassata di un figuro così sopra le righe da risultare buffo. Quindi innocuo. In realtà Lotito appartiene alla categoria – tutt’altro che disinnescata – dei potenti caricaturali.

Quelli che rendono agiografici gli sketch in cui i comici tentano di sfotterli. Ignazio La Russa non è sbeffeggiato da Fiorello, bensì innalzato. Così Maurizio Gasparri da Neri Marcorè, così Lotito da Max Giusti. La risata non li seppellisce: li nobilita. Qualsiasi finzione è migliore del (loro) reale.

Due giorni fa Lotito è sbottato perché il giornalista ha osato chiedere lumi su una voce del bilancio societario. La motivazione è sintomatica: la disabitudine alla domanda scomoda, o anche solo decente, è tale per cui qualsiasi ducetto si stranisce al punto da inalberarsi. Legittimato a farlo. Come la stroncatura per l’artista: ce ne sono così poche che basta andare appena controvento per passare da terroristi.

Qui risiede la colpa di un giornalismo sistematicamente additato da Lotito come foriero di polemiche, e che invece legittima – celebrandolo – il capetto laziale. Verosimile che, durante la conferenza, in pochi abbiano difeso Abbate. O comunque non siano stati particolarmente infastiditi dall’atteggiamento di Lotito. Del resto, prima di Calciopoli (e alcuni anche dopo), gran parte del giornalismo calcistico riveriva Luciano Moggi con tanto di standing ovation quando entrava in sala stampa. Reputando giustizialisti – e dunque criminali – coloro che scorgevano in Lucky Luciano l’emblema evidente di un sistema purulento.

Ora tocca a Lotito. Che non è Moggi, non avendone il carisma malsano e il potere tentacolare, ma che appartiene piuttosto alla categoria dei Don Chisciotte inverosimili: coloro che sbandierano di voler combattere i sistemi forti ben sapendo di essere un sistema forte (Lotito non è uomo da combattere se stesso: se solo ci provasse, non si troverebbe e non saprebbe chi colpire).

Esprimere solidarietà ad Abbate è il minimo. Ma non basta. Occorrerebbe forse relegare i Lotito al rango che meritano: quello di Stracquadanio del calcio, di prepotenti sghembi, di energumeni linguistici (fisicamente non possono permetterselo). Di pupazzetti Muppets così poco avvenenti da essere stati scartati prima della messa in onda. Lotito può essere Lotito perché quasi tutti i giornalisti che lo intervistano sono come Alessandro Alciato, il bordocampista Sky che si fece placidamente umiliare da Adriano Galliani per una questione da nulla (sulla quale, per la cronaca, aveva ragione Alciato). Basterebbe un minimo di decenza, di spina dorsale, di schiena dritta. E di buon senso.

Lotito, latinista aduso alle lingue antiche come Kojak al pettine, suole esprimersi così: “Io stabilisco un indirizzo: il metodo è la sinestesia”. Oppure: “Sono come Gesù che ha cacciato i mercanti dal tempio”. O ancora: “Bisogna dare giudizi alla fine, non nella fase endoprocedimentale”. O infine: “Io sono per un calcio moralizzato e didascalico”. Questo paese sta già provando da tempo immemore a convincersi che Berlusconi è veramente il presidente del Consiglio: arrivare a ritenere credibile persino il sinestetico Lotito sarebbe troppo.

Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2011

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