Una storia che arriva da Quindici, per anni teatro di una guerra tra clan rivali. La villa confiscata è abitata dai figli del boss Antonio Cava, il tribunale rinvia di nuovo lo sgombero, tra i ragazzi c’è una disabile. Il comune troverà un alloggio perché quella casa deve diventare un opificio gestito da Libera.

Quella di via Sant’Antonio non è una casa normale, è una villa dove vivono tre ragazzi, un minore e un’altra disabile. Il comune ha intrapreso una battaglia per lo sfratto visto che è scaduto il contratto di affitto agevolato, ma il tribunale ha disposto, dopo diversi rinvii, un’ ulteriore proroga. Sembra una storia di abusi e sopraffazione dello Stato, ma quella villa si trova a Quindici, comune in provincia di Avellino, balzato alle cronache per la frana che nel 1998 provocò 11 morti e feriti. Proprio nei giorni scorsi la Cassazione ha assolto tutti gli imputati: nessun responsabile per quella tragedia. Quindici è famoso anche per altro. Sciolto due volte per camorra e feudo della guerra sanguinaria tra i clan Graziano e Cava.

La villa ‘contesa’ appartiene proprio ad Antonio Cava, detto ‘ndo ‘ndo, cugino del capoclan Biagio e numero due dell’organizzazione criminale. Antonio Cava è confinato in carcere a Parma, condannato a 18 anni di reclusione. La moglie, invece, ha un divieto di dimora e nell’abitazione abitano solo i figli. Quella villa, negli anni novanta, è stata confiscata. Subito dopo il comune ha disposto, con una procedura contestata ma ‘regolare’, l’affitto agevolato, 110 euro al mese, attraverso un bando su misura, al quale partecipa la famiglia Cava vincendolo. Una scorciatoia per salvaguardare i ragazzi. Nel 2008 scade l’affitto agevolato, previsto dal bando e inizia una battaglia legale con la sentenza di sfratto, ormai operativa, con una sentenza del marzo scorso. Una sentenza che il comune vorrebbe far rispettare perché quella casa sarà affidata a Libera, l’associazione contro le mafie, che vuole trasformarla in un opificio per dare lavoro a 8 persone. A metà settembre arriva, però, la sospensiva dello sgombero.

Proprio nei giorni corsi era previsto lo sfratto definitivo, nuovamente rinviato di un mese. L’ultima volta finì con una protesta plateale contro lo stato e contro la volontà ferma del sindaco Liberato Santaniello. Il presidente del movimento italiano disabili Francesco Ferrara, infatti, si incatenò al cancello della casa: “Non mi interessa chi sia la famiglia che vive qui. A me importa solo di Giovanna, una giovane disabile che ritengo, non possa essere lasciata per strada”.

Il tribunale di Avellino, una settimana fa, ha rinviato il previsto sgombero di un mese e chiesto alle parti di trovare un accordo. Il comune si è impegnato a trovare una sistemazione alternativa alla famiglia, il boss risulta nullatenente e non è in grado di assicurare un alloggio ai figli. Antonio Cava è ‘povero’, nonostante il suo clan facesse affari in mezza Italia. Ma il comune vuole risolvere definitivamente questa vicenda. “Ci siamo impegnati a trovare un alloggio – racconta Marco Cillo, referente di Libera e delegato del sindaco ai beni confiscati – ma vogliamo che presto quella casa ospiti l’opificio per realizzare due obiettivi. Affidare la gestione alla moglie di una vittima innocente di camorra Francesco Graziano, ucciso nel 2004, e provare a coinvolgere nel progetto anche il figlio di Antonio Cava, estraneo agli ambienti camorristici”. Attraverso un luogo simbolo mettere insieme i due cognomi che nelle cronache degli ultimi 30 anni hanno rappresentato solo morte e sopraffazione, per dare un segnale nuovo. “ Non possiamo essere ricordati – conclude Cillo – solo per la strage delle donne ( avvenuta nel 2002,ndr) e per la camorra, ma per una piccola rivoluzione culturale e simbolica che speriamo di realizzare all’insegna dell’antimafia sociale”.

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