Ridono tutti, indistintamente. Udine, Bari, Pesaro o (venerdì scorso) Firenze. Ovunque. Nessuno, oggi, piace trasversalmente come Checco Zalone. Sta attraversando l’Italia col suo Resto Umile World Tour 2011. Grandeur, scenografie sontuose, prezzi non economici (la media va dai 28 ai 40 euro). La band I Mitili Ignoti, il corpo di ballo La seconda chance (“scartate da Tarantini”), Claudia Potenza e una sezione di fiati il cui nome, Fiatellas, è sufficiente a dare il senso di Checco per la battuta(ccia). Nel sito del Corriere della Sera, Francesco Verni lo ha definito “iconoclasta, anti politically correct, mattatore. (..) Se fosse un principe, dopo la data areniana del suo tour, sarebbe diventato re. Re della nuova comicità italiana”.

Troppa grazia. Eppure, sin da quando ha accarezzato il successo con tormentoni oltremodo esili (Siamo una squadra fortissimi, I juventini), la critica sgomita per applaudirlo. Piace alla destra, perché “non politico” (come Luca Medici, suo vero nome, ha sottolineato nei salotti buoni di Dandini e Bignardi). Ma piace anche a sinistra, ora perché nella rilettura “arcoriana” della Canzone di Marinella ci si vuol veder urticanza e ora perché, quando sbertuccia gli amici Jovanotti, il sottotesto è il medesimo: volemose bene. I bersagli (Cassano, Pausini, Ferreri) lo adorano, a conferma della sua analcolicità autoassolutoria. Daniele Luttazzi sottolineerebbe che è sfottò e non satira. Vero, e non tutti del resto possono essere satirici (ma neanche nessuno, come avviene in tivù). I successi con Cado dalle nubi (2009) e Che bella giornata (2010), diretti da Gennaro Nunziante, sono stati salutati come dimostrazione che persino in Italia si può ridere garbatamente. Ovvero: meglio Zalone dei cinepanettoni. Più che un meglio, però, è un meno peggio: sul grande schermo, la sua pochezza è sconfortante.

La resa aumenta nei Palasport. Il tormentone – “ora arriva la parte volgare” – è un escamotage elementare per sottolineare che tutto in realtà lo è. Si ostenta, non senza talento, la truzzaggine (il nome d’arte riecheggia “Che cozzalone”, in barese “che tamarro”). La maschera è quella del terrunciello di Diego Abatantuono (anche se la prima idea fu probabilmente di Giorgio Porcaro). Zalone non ha il genio malinconico di Troisi, né la lunarietà istintiva di Cataldo Baglio (Aldo). Tutto è corporalità e sesso (“Crampi, dal mio culo tra un minuto sono tuoni e lampi”: e alè). Il leit motiv sono le canzoni demenziali, distanti dalle riletture “colte” di Elio e un po’ affini ai Marco Carena e Stefano Nosei. Profluvio di masturbazioni (che lui chiama in altro modo), sesso orale (idem), sveltine, doppi sensi da asilo su ne(g)ri e gay. Messa così, Checco Zalone sembrerebbe soltanto un Enzo Salvi fortunato al botteghino. La vicenda è più complessa. Il 34enne barese è musicista di buon livello, con passato da jazzista e avvocato.

La comoda scurrilità è calcolata. Come ha scritto Giorgio Cappozzo, Zalone è il primo a rivendicare che Carfagna fa rima con “fregna” e Gelmini con qualcos’altro. La volgarità didascalica diviene ulteriore tramite per sbertucciare gli “intoccabili” Nichi Vendola e Roberto Saviano: qui, e solo qui, risiede la sua millantata scorrettezza politica. Medici è un bravo imitatore, che funziona sul breve ma soffre – non avendo testi – alla distanza. La forza è quella di fingersi analfabeti per battere la scorciatoia più comoda: la risata di pancia, mai di testa. Il cantante neomelodico Chezzo Zalone non è però Luca Medici, e nemmeno uno pseudonimo: è una maschera, un altro da sé. E il guizzo è risieduto nell’invenzione dell’eteronimo, prima ancora che nella resa. Solo che Medici, a tutt’oggi, è coincidente con la sua macchietta. Ne è addirittura ostaggio. Come se Antonio Albanese vivesse di solo Alex Drastico. Fa bene a monetizzare i peana, ma tutto ha una fine. Urgono nuovi alter ego, perché il rischio è quello di un Fracchia pugliese fuori tempo massimo. Medici (o era Zalone?) ha detto di sé: “Sono l’unghia del mignolo di Totò”. Appunto: un mignolo può divertire, ma più che risata è solletico.

Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2011

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