Il pentito Giovanni Brusca conferma l’esistenza di una trattativa fra Stato e mafia, che sarebbe intercorsa fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, quindi tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Ne aveva parlato in precedenza, ma, a suo dire, non era riuscito a ricordare quando fosse avvenuto esattamente il suo colloquio con Totò Riina al riguardo. Oggi, deponendo al processo di Palermo sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano, dove sono imputati per favoreggiamento aggravato generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, ha fornito una versione completa. Che colloca l’incontro con “il capo dei capi” poco prima dell’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta.

“Incontrai Riina a casa di Girolamo Guddo (un uomo di Cosa nostra, ndr) e lì, dopo esserci appartati per una decina di minuti, mi disse: ‘finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato il ‘papellò con le richieste scritte’ (allo Stato ndr). In quella occasione me ne parlò per la prima volta. Sempre allora si vantava del fatto che erano stati mobilitati anche i servizi segreti anche se non era così”. E prosegue: “Ricordo adesso che l’incontro con Riina avvenne prima del 16 luglio, quando andai a casa di Salvatore Biondino, il suo autista, per chiedere una cortesia. In quell’occasione Biondino mi disse: ‘siamo sotto lavoro’ e tre giorni dopo, capii di che cosa si trattava”. Il “lavoro” era la strage di via D’Amelio.  Sempre in quell’occasione, afferma ancora Brusca, Biondino gli riferì da parte di Riina di sospendere i preparativi di una serie di attentati progettati a politici, come l’ex ministro Calogero Mannino.

Il collaboratore di giustizia ha voluto ricordare la scansione temporale di quei mesi a riprova del fatto che di trattativa si parlò dopo l’attentato a Giovanni Falcone e prima dell’eccidio di via D’Amelio, circostanza coerente con altre ricostruzioni, secondo le quali Borsellino fu eliminato perché rappresentava un ostacolo alla trattativa. In occasione dell’incontro di agosto, a cui erano presenti anche i boss Vincenzo Sinacori e Leoluca Bagarella, sarebbe venuta fuori l’esigenza “di dare un altro colpetto per far tornare qualcuno a trattare”.

Al termine dell’udienza, il pm Antonino Di Matteo ha chiesto l’acquisizione di numerose circolari riservate del ministero dell’Interno, scritte tra il 14 gennaio e il 31 marzo 1992, su “intensi allarmi per una campagna terroristica contro esponenti politici” dell’epoca (leggi l’articolo di Peter Gomez con l’elenco dei nomi). Di Matteo ha chiesto al Tribunale di acquisire telegrammi, fonogrammi e altri documenti sulla “possibile campagna di destabilizzazione con attentati nei confronti di esponenti politici”. Nel 1996 Giovanni Brusca, dopo avere deciso di collaborare con i magistrati, disse ai pm che tra gli obiettivi di cosa nostra c’erano anche esponenti politici, tra cui esponenti del governo, “come Calogero Mannino e Carlo Vizzini”. Il pm parla, quindi, di esponenti politici nel mirino tra cui “personaggi dell’allora Dc, Psi e Ds”. Sempre oggi il pm ha chiesto di produrre diversi articoli di stampa “successivi all’entrata in vigore del decreto del 41 bis”, cioè il carcere duro per i boss, scritti tra l’8 giugno e i primi di luglio del ’92.

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