È un Beppe Signori teso quello che si presenta ai giornalisti riuniti questa mattina per la conferenza stampa all’hotel Savoia Regency, estrema periferia di Bologna, per raccontare la “sua” verità nella vicenda del calcio scommesse su cui indaga la procura di Cremona. Un’autodifesa a tutto tondo – per quanto non sempre lineare, soprattutto quando ci si addentra nel passaggio chiave dell’indagine, la riunione nell’ufficio dei suoi commercialisti – basata sul “io non c’entro”.

Ma il “Beppe 200 gol” non ce la fa a prendere subito la parola. “Scusate l’emozione”, dice cercando di ingoiare il groppo quando uno dei suoi avvocati, Silvio Cavoli, gli passa la parola. Poi si stropiccia gli occhi, inspira e inizia a parlare.

Inizia dalla revoca degli arresti domiciliari, notificatigli il 1 giugno scorso su ordine del gip Guido Salvini. Domiciliari che gli erano stati revocati due settimane più tardi “perché”, ha dichiarato lo stesso Salvini, “sono venute meno le ragioni della misura cautelare, ovvero non esiste pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato”. Ma l’impianto accusatorio contro l’ex calciatore del Bologna e della nazionale non è mutato.

Contro di me solo falsità. Ecco la cronistoria di un massacro”. “Ora che sono tornato in libertà”, esordisce Signori, “vi racconto la cronistoria di un massacro”. E riparte dal viaggio in treno Roma-Bologna quando, ancora inconsapevole del mandato contro di lui, inizia a ricevere telefonate da chi gli chiede se sia vera la notizia del suo arresto. Poi lo choc del trasferimento in questura, della fotosegnalazione e delle impronte. “Addirittura la frase ‘abbiate pietà‘ detta a un giornalista al telefono”, aggiunge, “è stata trasformata il giorno dopo nelle scuse per presunti reati che non ho mai commesso”.

Per Signori, che si definisce bersaglio di un “massacro mediatico che ha distrutto in due giorni trent’anni di carriera”, si tratta di un’accozzaglia di falsità. “Primo”, elenca, “gli assegni che mi hanno sequestrato facevano parte di un qualunque blocchetto che ha ogni correntista. E sì, sono uno scommettitore, ma mi piace farlo legalmente per godere dell’enfasi che la scommessa aggiunge a una partita. In 600 pagine di ordinanza, in 9 mila di indagine e in 50 mila intercettazioni non c’è neanche una mia conversazione telefonica”.

Signori se li è appuntati i passaggi che intende smentire. Li conta, a metà della conferenza stampa, e dice che sono 38 i punti “infamanti” che lo hanno riguardato. “Mi hanno sequestrato un’agenda del 2008 su cui c’erano i nomi di giocatori. Erano tutti della Ternana e io ero il consulente unico di quella squadra con l’incarico di rinnovare loro i contratti”.

“Poi”, prosegue, “sulla storia di Singapore e dei due uomini asiatici con cui sono stato visto, vi racconto chi erano. Li ho conosciuti a Pechino nel 2010 quando seguivo i mondiali per una televisione cinese. Mi avvicinarono chiedendomi se ero interessato a una scuola di calcio là e io ho fatto in modo che potessero organizzare un campo sportivo a Imola oltre ad aver intercesso affinché assistessero a un allenamento del Bologna. Squadra che devo ringraziare perché poi ha permesso loro di seguire la partita Milan-Bologna”.

L’incontro del 15 marzo 2011: un nodo che però non riesce a scogliere. Signori sembra avere una risposta per tutto. Ma inciampa sul passaggio più importante, l’incontro che lo incastrerebbe avvenuto la sera del 15 marzo 2011 a Bologna, in via Ugo Bassi, dove hanno lo studio i suoi commercialisti, Francesco Giannone e Manlio Bruni, finiti anche loro nelle maglie dell’indagine di Cremona. L’ex calciatore afferma di essere stato convocato lì e di aver trovato due uomini. Uno gli era sconosciuto mentre l’altro, Antonio Bellavista, sapeva chi fosse perché giocava a pallone.

“Mi dissero quello che avevano in mente. Volevano che li aiutassi ad avvicinare calciatori di serie A facendo da garante e mettendoci un po’ di soldi”. Signori parla di 20 mila euro che in quel periodo non aveva e aggiunge di aver appuntato l’“offerta” (o presunta tale) su un foglio di cui, al rientro a casa, poco prima delle 10 di sera, si era scordato tanto che era finito in mezzo ad altra carta. “Ecco, quello è il papello di cui parlano i giornali”, dice, “appunti senza importanza buttati lì e dimenticati”.

Ma qui, nella versione che fornisce, iniziano gli inciampi. Intanto, delle dieci partite di cui sostiene si parlò in quell’incontro (“iniziato alle 20.15 circa e finito non più tardi delle 9.40”), lui puntò mille euro su una, Benevento-Pisa. Perché dato che gli avessero espresso la volontà – reale o meno – di truccarla?

“Perché i risultati che quelle persone profetizzavano non si erano avverati e dunque ho ritenuto che stessero millantando. E poi ho giocato mille euro dei miei, non i 5 mila di cui parlano i pubblici ministeri e neanche i 150 mila finiti sui giornali. Io non mai dato né ricevuto denaro contante o assegni per partite truccate”. Lo ripete come un mantra, a ogni domanda insidiosa, malgrado i mille euro su Benevento-Pisa, che sapeva essere nel mirino di una – forse presunta – cricca di persone a cui sarebbe piaciuto vincere sporco.

“Su Inter-Lecce, no, non ho scommesso”. Perché però non ha denunciato chi gli proponeva qualcosa di illecito? “Cosa dovevo denunciare? Mezze intenzioni basate sul niente e smentite dai risultati delle partire? Dovevo denunciare una cosa non certa? Mi sembra un comportamento inusuale”.

Eppure, che fosse certo o meno l’incasso, l’“affare” gli era stato proposto non da emeriti sconosciuti, ma dai suoi commercialisti. Se non rivolgersi alla magistratura, almeno una telefonata di spiegazioni l’ha fatta? “Certo, subito, la sera stessa e dissi loro che tagliavo i rapporti”. Allora l’incarico ai professionisti era stato revocato? “No. Però da quel momento mi sono limitato a portare le mie fatture e i documenti per la mia contabilità”.

E adesso annuncia: “Voglio allontanarmi dal mondo del calcio”. Ci tiene, Beppe Signori, all’immagine cristallina che dice di aver costruito in trent’anni di carriera. “Ho sempre usato soldi miei, gli illeciti non mi riguardano. E adesso voglio allontanarmi dal mondo del calcio. Avevo in ballo due contratti e chiederò che siano messi da parte. Uno era con Mediaset, non ancora formalizzato ma in stadio avanzato, mentre il secondo con SkySport365, la prima testata a dare la notizia del mio arresto. Dunque non mi sembra il caso di accettare”.

In conclusione ringrazia i colleghi e i sostenitori che gli hanno manifestato solidarietà, come Zeman, Mingardi, Pagliuca e Viviano. E a chi gli ha dato contro, come Cesare Prandelli, commissario tecnico della nazionale, si limita ad augurare “un grosso in bocca al lupo per gli europei”. Lui intanto attenderà l’evolversi della vicenda sia sul fronte della procura di Cremona che dal punto di vista della giustizia sportiva.

Paco D’Onofrio, consulente legale di Signori, è fiducioso su questo secondo fronte. “Che io sappia, non c’è nessun provvedimento della federazione e spero che voglia usare la dovuta cautela. L’origine degli atti contro Signori è parziale e va tenuta in considerazione anche l’immagine sportiva di chi ha dato tanto al calcio. Questo è un presupposto doveroso”.

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