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Il mito dei chilometri zero

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Oggi guai a parlar male dei chilometri zero, che, come ben sapete, è il procedere all’acquisto di prodotti (prettamente alimentari) nel luogo in cui vivete o poco distante. Niente da dire, per carità, sulla filosofia dei chilometri zero, che poi si rifà essenzialmente a quella della bioregione, ma vorrei fare alcune considerazioni su di essa, a costo di andare in controtendenza.

Innanzitutto, mi piacerebbe che prima ancora della filosofia dei chilometri zero, la gente adottasse la filosofia del fai da te. In primavera e d’estate, piuttosto che acquistare i prodotti della terra, perché non imparare a conoscere le piante e farsi succulenti pranzetti senza spendere nulla? Dalle insalate di tarassaco, primule, viole, alle frittelle di borragine, alle minestre di ortiche, al luppolo cucinato in mille modi, ci si potrebbe tranquillamente sfamare se non in toto in buona parte con quello che ci offre la natura. Cosa c’è di più bello di una gita fuori porta, se già non si vive qui, e, magari con un manuale nello zaino, andare a riconoscere e raccogliere ciò che ci sfamerà?

Premesso questo, veniamo ai famosi chilometri zero. Innanzitutto un consiglio: conoscere chi vi vende i prodotti. Le strade di campagna spesso sono piene di falsi contadini che vendono al pomeriggio quello che al mattino hanno acquistato al mercato e con una sfacciataggine non da poco. Tipo, vendere le albicocche prima che in quella zona siano mature, oppure vendere patate, cipolle e aglio tutto l’anno, e così via. E magari anche mostrandovi in lontananza dov’è il loro campo…

E passiamo alla mia esperienza personale, che può anche essere illuminante. Quando mi sono trasferito in campagna, ho subito pensato di adottare in pieno la filosofia della bioregione. Allora ho individuato dei pastori che producevano del formaggio toma nelle vicinanze e ne ho acquistato. Un giorno arriva a casa mia un mio amico gastronomo, guarda una fetta di quella toma e mi dice: “Ma sei pazzo a mangiare questa roba? Dove viene prodotta? Guarda qui che buchi, la stalla deve essere un porcilaio. Buttala via”. Inutile dire che ci rimasi male e altrettanto inutile dire che depennai i pastori. Provai con un altro margaro che teneva un gregge di pecore e faceva pure lui il formaggio. Era duro come la pietra, e io che avevo in mente quei buonissimi caprini francesi… Altro depennato. Il vino. Bianco e rosso. Provai tutti e due. Dire che erano modesti è dire poco, senza contare che una partita era addirittura marsalata…! Eliminati. Qualcosa si salva, le patate, le cipolle, le uova di Ida, un po’ di frutta, ma non tutta perché non abbastanza zuccherina.

Con questo ovviamente non voglio dire che non bisogna acquistare nelle vicinanze, dico solo che non bisogna enfatizzare il concetto. I contadini possono non essere all’altezza, come qualsiasi altro imprenditore; i prodotti possono essere modesti di per sé. Insomma, operiamo cum grano salis, e, se è il caso, magari passiamo dai chilometri zero, a uno, due, tre, dieci… La salute e il gusto hanno pure la loro importanza!

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