Mio nonno mi faceva credere che i ciclisti fossero personaggi leggendari, metà uomini e metà aironi. Le chimere, nella mitologia greca, avevano origini divine. Ma mio nonno sapeva poco della mitologia greca. In compenso sapeva tutto del ciclismo. Passava pomeriggi interi incollato alla sua Tv in bianco e nero, seduto al contrario su una sedia della camera da pranzo, a guardare le tappe del Tour sul canale francese Antenne 2 che nel suo paese, per qualche strana alchimia catodica, si prendeva meglio della Rai.

Da parte mia non sono mai riuscito ad appassionarmi a questo sport. Anche se avessi avuto lo spirito per farlo, il ciclismo negli ultimi vent’anni ha fatto di tutto per allontanare la passione dalla gente. Pasolini diceva che il ciclismo un tempo era lo sport più popolare perché non si pagava il biglietto. Lo era anche perché a pagare, in realtà, erano i ciclisti. Pagavano con quella fatica troppe volte definita “epica”, un travaglio che dava l’impressione di essere effettivamente gratuito, senza compenso, se non per l’accettazione zelante del sacrificio come estrema propaggine della natura umana.

Ecco, vedere ieri le immagini di quel ragazzo di ventisette anni, Wouter Weylandt, steso a terra con la faccia tumefatta poco prima del borgo di Mezzanego nella Valle Sturla, i guanti blu dei soccorritori che tagliano le cinghie del casco, mi ha riportato alla memoria l’immagine privata di mio nonno, l’ultima volta che lo vidi, disteso nel reparto di terapia intensiva di un grande ospedale romano. La morte di un uomo ha sempre la stessa faccia. Oggi ho letto che Wouter aveva una moglie e un figlio in arrivo che nascerà a settembre. Tutto quello che si può aggiungere sulla morte bianca di questo lavoratore della bicicletta, in confronto, non significa molto. È solo formalità.

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