Un “consigliere militare” di Osama Bin Laden, un tunisino ex eroinomane che si converte all’Islam più radicale, un uomo accusato da intercettazioni effettuate dopo il suo arresto.

Sono queste alcune delle storie degli otto detenuti di Guantanamo vissuti in Italia, i cui dossier personali, ottenuti da Wikileaks, e pubblicati dall’Espresso. I dossier mostrano quanto fosse ramificata la rete del terrore islamico nel nostro Paese, con un network che da Torino, Milano, Bologna e Napoli riforniva le basi afghane, ma anche la frettolosità di alcune accuse. Fra gli “italiani” di Guantanamo troviamo Muhamed Bin Erfane, il “comandante Bilal” che ha vissuto a Bologna ed era a fianco fianco di Osama Bin Laden nella battaglia di Tora Bora alla guida di una brigata di tunisini arruolati in Italia e nel Maghreb. Ma anche Adel Ben Mabrouk, eroinomane e spacciatore tunisino, che abbraccia l’Islam più radicale nel carcere di Pesaro e nel febbraio 2001 parte per l’Afghanistan. Verrà poi arrestato in dicembre in Pakistan e spedito a Guantanamo. Nell’autunno 2009, l’Italia accetta di accoglierlo, ma poi lo espelle subito in Tunisia.

Dai dossier, l’Italia degli anni Novanta emerge come una sorta di paradiso logistico per i terroristi. Si parla spesso della Piccola società cooperativa Eurocoop come una delle coperture sfruttate per ottenere permessi di soggiorno legali. A Guantanamo è finito uno dei fondatori: Abdul Haddi Bin Hadiddi, descritto come un globetrotter della Jihad in viaggio tra Bologna, Mauritania, Pakistan, Belgio. Ma una telefonata intercettata che lo accusa si colloca dopo il suo arresto.

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